Bce sull’flash “Con la guerra in Medio Oriente può essere più persistente”

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La stretta è tornata. E non si può escludere che sia l’unica, come lasciare intendere i verbali delle ultime riunioni del 10 e 11 giugno scorso. Per la prima volta dal 2023 la Banca centrale europea ha rialzato il costo del denaro. Il rialzo di 25 punti base segna un cambio di passo netto, dettato da un’ostinata e dalle ricadute del conflitto in Medio Oriente. Philip Lane, capo economista dell’Eurotower, ha fotografato il quadro globale al Consiglio direttivo, chiarendo che «le informazioni in arrivo sull’intensità e la durata dello shock energetico e la probabile persistenza del suo impatto sull’aumento suggerivano che un rialzo del tasso di riferimento di 25 punti base a giugno fosse appropriato». La tregua monetaria è finita, spazzata via dai rincari globali, che potrebbe essere più persistenti del previsto. Ma pensare che sia iniziato un ciclo di rialzi è sbagliato, come ha ricordato il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta questa settimana.

Il board si è trovato di fronte a un bivio complesso, diviso tra le spinte contrastanti dell’economia globale. Isabel Schnabel, membro tedesco dell’Executive Board, ha evidenziato in apertura come i mercati finanziari siano stati contesi tra «due sviluppi in competizione, il conflitto irrisolto in Medio Oriente e il boom globale dell’intelligenza artificiale». La persistenza delle tensioni geopolitiche ha mutato le prospettive ei rincari non si limitano al greggio. I verbali dell’istituto centrale certificano che «l’impatto del conflitto in Medio Oriente si è esteso oltre i prezzi del petrolio greggio e del gas». I prezzi dei prodotti raffinati, tra cui la benzina e il carburante per aerei, hanno registrato incrementi del 40-45 per cento. A cascata le tensioni hanno colpito settori trasversali, segno inequivocabile che i maggiori costi energetici si stanno riversando sull’inflazione generale. A peggiorare il quadro contribuiscono i rincari alimentari, valutati dai tecnici di Francoforte come «soggetti ad alcuni rischi al rialzo dovuti all’evento El Niño».

Questo scenario ha alterato le stime macroeconomiche in misura marcata ei documenti mettono nero su bianco che «i rischi per le prospettive di vincere nel medio termine si sono spostati nettamente al rialzo». I dati di maggio parlano chiaro, con l’inflazione salita al 3,2% e quella dei servizi impennata al 3,5 per cento. Di fronte a questa dinamica, caratterizzata da effetti indiretti estesi, i banchieri centrali hanno preso atto di una realtà scomoda. Lane ha confermato che «l’aumento dei prezzi dell’energia solleverà ulteriormente l’inflazione durante l’estate e la manterrà ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Bce fino alla prima metà del 2027». Le pressioni sui costi domestici rischiano di innescare effetti di secondo giro e ostacolare il calo dei prezzi, benché al momento la crescita dei salari negoziati appaia contenuta.

L’economia globale ha mostrato una inattesa capacità di tenuta, sostenuta da un fattore peculiare e trainante, la corsa all’innovazione tecnologica. «L’economia globale è rimasta nel complesso resiliente», ha sottolineato Lane ai colleghi, in quanto un ruolo decisivo in questa dinamica è giocato dagli investimenti legati alle nuove architetture digitali. Schnabel ha spiegato ai presenti che «un fattore chiave che ha sostenuto il sentiment di rischio è stato il rinnovato ottimismo sull’AI e le sue implicazioni per gli utili aziendali». Gli investitori azionari comportano la spinta agli utili associati a questo ciclo come «più che compensativa dell’impatto negativo dello shock dei prezzi dell’energia». Questa forza propulsiva di natura eccezionale ha permesso ai mercati del Vecchio Continente di recuperare i livelli precedenti lo scoppio della guerra.

L’economia reale, per contro, fatica a tenere il medesimo passo. Al netto delle fluttuazioni statistiche legate alle grandi multinazionali domiciliate in Irlanda, la crescita dell’area euro si poggia su basi fragili. «Lo shock persistente, l’elevata incertezza macroeconomica ei maggiori tassi privi di rischio hanno lasciato la loro impronta sulle aspettative di crescita», evidenziano i verbali. La domanda interna è prevista in frenata rispetto alle stime elaborate a marzo, poiché la guerra pesa sulla fiducia di imprese e consumatori, mentre i maggiori costi energetici erodono i redditi reali. Le famiglie europee dispongono di bilanci ancora solidi, ma i consumi restano il vero motore di una crescita definita lenta. Il mercato del lavoro si conferma un baluardo con una disoccupazione ai minimi storici del 6,3 per cento, ma i documenti di Francoforte segnalano che «i rischi per la crescita economica sono al ribasso, in particolare nei servizi».

In questo contesto di fragilità il ritorno a una politica monetaria restrittiva è apparso come una via inevitabile e il dibattito interno al Consiglio direttivo ha certificato un consenso diffuso. L’istituto centrale non può permettersi di ignorare le ricadute della crisi geopolitica. «L’opzione di attendere ulteriori informazioni è diminuita in misura considerevole rispetto alla riunione precedente», hanno concordato tutti i membri del consiglio esaminando la congiuntura. Per valutare la complessità della sfida, lo staff dell’Eurosistema ha affiancato alle proiezioni di base ben tre scenari alternativi calibrati sulle probabilità implicite nei mercati per i prezzi delle materie prime. In nessuno di questi scenari il mantenimento dello status quo sarebbe risultato coerente con il mandato di Francoforte.

A differenza della fase iniziale dello shock pandemico, oggi «la trasmissione della politica monetaria ha continuato ad essere fluida ed efficace» in un contesto di apparente stabilità. Le condizioni di finanziamento restano tese, eppure le banche dell’area euro rimangono solide, forti di ratio patrimoniali e di cuscinetti di liquidità ritenuti adeguati per assorbire lo shock. Per i banchieri centrali europei l’intervento non è una mossa precauzionale ma una risposta mirata. «La motivazione per un adeguamento misurato del tasso di riferimento si è rivelata robusta in un’ampia gamma di scenari», si legge nei testi, a conferma che lo shock di offerta sta generando un superamento duraturo del target.

La Bce guarda ora al futuro con una postura guardinga e difensiva, consapevole dei rischi al rialzo per i prezzi al consumo. Il percorso dei tassi di interesse dipenderà per intero dai dati macroeconomici in uscita nei prossimi trimestri, senza alcun sentiero predefinito o garanzia sui tempi di un allentamento. I verbali sanciscono l’imperativo di non ingabbiare l’Eurotower in promesse irrealizzabili. «Mantenere l’approccio dipendente dai dati e riunione per riunione, senza un impegno preventivo su un particolare percorso dei tassi, è rimasto appropriato» per navigare la tempesta, recitano le austere conclusioni del vertice. La riduzione dovrà tornare a stabilizzarsi intorno al 2% nel medio termine, ma il traguardo è stato spostato in avanti alla seconda metà del 2027. Fino a quel momento Francoforte manterrà la flessibilità operativa pronta a usare gli strumenti a disposizione per rispondere alle minacce alla stabilità dei prezzi.

Il monitor finale che emerge dai testi è a senso unico e richiama le memorie del trienno scorso. I rincari energetici incontrollati, rammentano i banchieri centrali, innescano spirali pericolose per l’economia reale. E quindi per la crescita economica. Ne deriva che monitorare la trasmissione dei maggiori costi di produzione sui salari dei lavoratori e sui listini finali delle aziende sarà la priorità di Francoforte, mentre i tassi di interesse resteranno uno strumento imprescindibile per frenare le aspettative dei mercati e ripristinare un faticoso equilibrio. Come ha detto Lagarde al Forum della BCE di Sintra, bisogna tornare a parlare di tassi. E così sarà, almeno fino alle prossime turbolenze.

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