Quando il gioco politico si fa duro, gli sguardi si rivolgono verso il Colle come se fosse un Olimpo abitato da Zeus. Salvo scoprire, quasi con rammarico, che Sergio Mattarella non è onnipotente e può intervenire soltanto se la Costituzione glielo richiede. Caso concreto: nel pasticciaccio delle preferenze, bocciate a voto segreto, il Capo dello Stato deve limitarsi a osservare. Da semplice spettatore. Sarà Giorgia Meloni, se lo riterrà opportuno, a fargli visita per informarlo delle prossime mosse; al Quirinale nessuno lo pretende, tantomeno se lo aspetta. Del resto la premier aveva ritenuto superfluo «riferire» (come si dice in gergo) dopo la batosta di marzo nel referendum sulla giustizia; temeva forse di apparire debole, di andare a Canossa; figurarsi se chiederà udienza stavolta, dopo un agguato di franchi tiratori che, comunque lo si giudichi, è meno grave di un verdetto popolare.


Se un bel giorno Meloni gettasse la spugnaragionano sottovoce i consiglieri del Colle, in quel caso sarebbe diverso. Mattarella tornerebbe protagonista. Guarderebbe i numeri, tirerebbe le somme. Escluso che tenterebbe di mettere in piedi governi allo sbando o balneari giusto per guadagnare pochi mesi. E poi, sostenuto da chi? Nessuno si farebbe avanti. Tutto fa credere che, in caso di dimissioni della premier, andremmo di corsa alle urne senza aspettare la fine della legislatura. Però non siamo a quel punto, perlomeno non ancora. Se ne riparlerà all’inizio dell’anno nuovo. Prima Meloni vuole portare a casa la «sua» legge elettorale. Preferenze comprese. Anche attraverso prove di forza. Voti di fiducia. E lungo la strada potrebbe trovare sponde addirittura al palazzo della Consulta.


I giudici costituzionali verranno chiamati in causa. Le decisioni di ricorsi sono già pronte per essere presentate dai giuristi dell’opposizione non appena la nuova legge elettorale verrà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Si chiama «metodo Besostri», dal nome del suo inventore: con i ricorsi a pioggia è praticamente certo che qualche Tribunale civile metterà in moto la Corte costituzionalela quale dovrà pronunciarsi entro pochi mesi. Anticipa Dario Parrini, esponente Pd in prima linea, che il fuoco si concentrerà soprattutto contro il premio di maggioranza, ovvero i 35 senatori ei 70 deputati da prendere o lasciare in blocco mortificando i diritti degli elettori. Come potrebbe pronunciarsi la Consulta, una volta interpellata?
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Non esistono certezze al riguardo. La Corte è tutt’altro che un monolite; vi convivono pensieri diversi; né la orientano, come in passato, menti sottili della politica tipo Giuliano Amato. Però l’attuale presidente, Giovanni Amoroso, ha già chiarito che verranno ribaditi i capisaldi delle pronunce con cui furono fatti a pezzi il Porcellum nel 2014, l’Italicum tre anni dopo. Tra questi paletti, appunto, il divieto dei listini sterminati e inconoscibili.
Non suona assurdo immaginando che la Corte vi metterebbe rimedio ripristinando la libertà di scelta, anche come antidoto contro l’astensionismo da tutti denunciato che però dilaga. Ad esempio, secondo certi addetti ai lavori, i giudici potrebbero ripristinare le preferenze attraverso una sentenza auto-applicativa, sostituendosi al legislatore colto in fallo. La Costituzione sarebbe salva: per la sinistra una grande vittoria. Per la prima volta una dolce sconfitta. Oltre al premio che le sta a cuore, incasserebbe pure le preferenze.
