Pietro Castellitto:”Toni incarna gli Anni ’70. Si sentiva un artista, diventò il falsario delle Br”

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Una tela di inganni che, nella Città Eterna, tra gli Anni 70 e 80, contagiava i più diversi strati sociali, cariche cruciali della politica, frange più pericolose della criminalità, e, inevitabilmente, chi sognava una vita in grande. Al centro del Falsariodiretto da Stefano Lodovichi, liberamente ispirato al libro di Nicola Biondo e Massimo Veneziani Il falso di Stato (Tabloid italiano) si muove la figura di Toni Chichiarelli, il ragazzo sbarcato dall’Abruzzo per mettere a frutto il suo speciale talento per la pittura.

Ambizione, fama di tutto, gusto per la sfida e l’avventura, retaggi provinciali e voglia di rivincita, spingeranno Toni (Pietro Castellitto) prima sulla strada dei facili guadagni e, man mano, su quella delle connivenze delinquenziali, un’escalation che nella Roma della Banda della Magliana e delle Br, degli artisti dissacranti e dei morti ammazzati per strada, dei locali notturni effervescenti e delle borgate infettate dal malaffare, non potrà che portare all’autodistruzione: «In quel periodo – osserva Castellitto –, soprattutto a Roma, c’era sicuramente una contiguità tra mondi diversi e permeabili, c’erano ristoranti dovevi potevi trovare, nello stesso momento, il medico, il notaio, il criminale, il politico. Quella roba lì forse è un po’ rimasta anche oggi, soprattutto nella capitale, magari in modo più edulcorato… Nel corso della sua parabola, Toni frequenterà gli universi più disparati». La sua fama toccherà vette così alte da guadagnare paragoni eccellenti, su di lui girava un detto, «esistono solo due Toni, Toni Chichiarelli e Tony Manero».


Nella sua corsa folle, intrecciata con quella di Donata (Giulia Michelini), gallerista venuta dalla periferia e approdata nei salotti più esclusivi, Toni firmerà capolavori sempre più azzardati, ma il più noto resta il comunicato numero 7 delle Br, quello che annunciava la morte (non ancora avvenuta) del leader Dc Aldo Moro e l’occultamento del cadavere nel lago della Duchessa, vicino Rieti: «Ho sentito parlare di Toni per la prima volta 5 anni fa – dice Castellitto –, ho pensato che potesse essere una specie di figura metaforica di quell’epoca, in cui misteri e sfide si mescolavano spesso, e in cui credo fosse vivo il sentimento di poter cambiare la Storia. Quel clima poteva creare un reale fervore, ma anche una certa ferocia, oggi, invece, mi sembra che siamo tutti un po’ rassegnati».

Nei destini degli amici del protagonista (il film è su Netflix dal 23 gennaio) è disegnato il resto dell’affresco, Fabione (Pierluigi Gigante) va a lavorare in fabbrica, ma il suo idealismo si trasforma presto in ideologia rivoluzionaria e alla fine in fede brigatista, Vittorio (Andrea Arcangeli), spedito in seminario a 12 anni, non ha sentito il richiamo della vocazione, ma aggrapparsi alla religione e alla Chiesa è l’unico modo per reggere l’impatto con il contesto violento che lo circonda: «Su quegli anni si è detto tutto e il contrario di tutto, gli echi che mi sono arrivati ​​sono eterogenei. Se c’è una cosa che li accomuna è il fatto che i giovani di quel periodo hanno un rapporto molto più diretto con la storiala sentissero tra le loro mani, avvertendo, quotidianamente, la sensazione che passasse attraverso di loro, ogni giorno… La mia generazione, invece, ha sempre percepito la storia come qualcosa di concluso, anche se poi ci siamo accorti che non è così e che tutti costruiamo i nostri punti di vista sugli eventi storici, man mano che avvengono».

“Enea” di (e con) Pietro Castellitto e Benedetta Porcaroli, lo scontro-incontro generazionale come terapia di gruppo.


Mentre morde la vita, confeziona le sue copie, si innamora, si arricchisce, miete successi tra le donne, Pietro incrocia personaggi clou, dal grande burattinaio delle trame oscure, il Sarto (Claudio Santamaria), al vertice dei Servizi Segreti, al boss più temibile della Banda della Magliana, Balbo (Edoardo Pesce) che lo introduce nei giri che contano, dal rappresentante dell’estrema destra eversiva Sansiro (Mattia Carrano) al mafioso Zù Pippo (Fabrizio Ferracane), pacato e imperativo nell’imporre a Toni un decisivo scambio di favori: «Ho ascoltato un sacco di aneddoti di gioventù da mio padre Sergio e dai suoi amici. Mi hanno raccontato che era un periodo in cui si venivano agganciati da persone di destra e di sinistra, un giorno chiamavano i fascisti, quello dopo i comunisti, tutti convinti che il colpo di Stato fosse alle porte».

Per Toni, sempre in bilico tra vero e falso, vittima di segreti molto più grandi di lui, in una realtà talmente complessa da non poter essere mai dominata, l’epilogo sarà tragico, nella notte del settembre del 1984, quando la sua esistenza verrà spezzata da una pioggia di proiettili. Anche l’aspirazione artistica non gli aveva portato, in fondo, quello che desiderava: «Non c’è nulla di più frustrante per un artista – riflette Pietro Castellitto – che non percepirsi all’altezza. Penso capiti a tutti, anche a Leonardo da Vinci, si vive costantemente su quel crinale, anche perché l’arte è legata al talento, ma soprattutto alla personalità, cioè alla capacità di guardarsi con sincerità allo specchio e di riflettere con onestà su quello che si è fatto. Penso che questo sia l’unico modo per riuscire a capire quale direzione prendere, cosa lasciare e cosa cancellare».

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