Dal flop dei negoziati Usa-Iran alla guerra di Trump: cosa è successo

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WASHINGTON. Cosa è successo nelle tre settimane che hanno portato alla decisione di Trump di colpire sabato mattina l’Iran con una raffica di missili?

Abbiamo ricostruito tramite fonti interne all’Amministrazione, analisti, briefing off the record riservati ai reporter accreditati alla White House, il flop dei negoziati con l’Iran e il braccio di ferro sull’arricchimento dell’uranio.

Ecco il “film” delle tre settimane che stanno cambiando il Medio Oriente.

6 febbraio: i colloqui in Oman, Teheran avverte: “Dovrete pagare un caro prezzo”

Il 6 febbraio a Muscat Stati Uniti e Iran riallacciano il filo del dialogo. Il mediatore è il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al Busaidi. I colloqui sono parzialmente indiretti. Nella stanza degli americani ci sono Steve Witkoff, pluri-inviato del presidente Trump, e Jared Kushner, il genero diventato negoziatore. Con loro Al Busaidi.


I negoziatori di Trump Witkoff e Kushner

 (reuters)

Al termine del colloquio quest’ultimo va a parlare con la delegazione iraniana guidata dal capo della diplomazia, Abbas Araghchi. Dopo un po’ entrambi rientrano nella stanza dove ci sono gli americani. Il confronto diventa faccia a faccia. Araghchi dice a Witkoff che l’Iran ha «l’inalienabile diritto di fare l’arricchimento dell’uranio». Gli americani – raccontano dei funzionari senior dell’Amministrazione Usa – restano sorpresi vista la posta in gioco e quel che sta accadendo fra build up militare e inasprimento delle sanzioni. «Ha iniziato dicendo che l’Iran ha il diritto inalienabile di arricchire l’uranio. Per noi è stato sorprendente, perché era un po’ come un paletto piantato nel terreno». (Il primo obiettivo del piano Trump è un Iran senza bomba atomica, conditio sine qua non negoziale, ndr). Una cosa che diceva molto (dell’atteggiamento iraniano, ndr). È stata detta con spavalderia, come se si stessero battendo il petto, dicendoci: «Non ci facciamo mettere i piedi in testa». In particolare, una frase ha fatto capire a Witkoff e Kushner che gli iraniani non avevano intenzione di raggiungere un accordo. «Gli europei lo hanno attestato, e lo sappiamo, e lo sapete anche voi, che 460 chilogrammi al 60% sono molto, molto vicini al livello di arricchimento del 90% che li qualificherebbe come armi di grado militare. E sappiamo, e lo sapete anche voi, e lo sanno anche gli europei, che si tratta essenzialmente di materiale nucleare pari a 11 bombe. Questo è il motivo per cui dovrete pagare caro se vorrete indietro quel materiale», ha detto Abbas Araghchi. Witkoff e Kushner non indietreggiano: «Voi potrete considerare il vostro diritto (all’arricchimento, ndr); noi consideriamo nostro diritto la possibilità di fermarvi, e vi fermeremo». In Oman al tavolo c’è anche il capo del Centcom, il generale Brad Cooper. Presenza non gradita da Araghchi: «L’avete portato per minacciarci?». «No, era solo nei paraggi», la risposta del team americano che però realizza come gli iraniani, più deboli che mai, e fanno di tutto per camuffarlo. Il primo incontro, benché pubblicamente venga definito «costruttivo» nelle dichiarazioni di Al Busaidi finisce con il fronte americano che non vede negli iraniani uno «spirito di compromesso, piuttosto una sfida».

17 febbraio, neanche le portaerei spaventano Teheran

Per la sede del secondo incontro viene scelta Ginevra. Muscat è troppo lontano, trapelava in quei giorni dall’entourage di Witkoff che voleva una sede più comoda e facile da raggiungere. Per qualche giorno era stata considerata anche l’ipotesi di tenere – come lo scorso anno – negoziati in Italia, a Roma. Si va in Svizzera. Il 17 febbraio è il giorno in cui la delegazione americana negozia al mattino con gli iraniani e nel pomeriggio tiene una sessione con ucraini e russi. Ufficialmente l’agenda prevede discussioni tecniche.


Il ministro degli Esteri dell’Oman Albusaidi con Witkoff e Kushner insieme a Ginevra

 

Ma il nodo resta identico al primo incontro. Jared Kushner, sempre secondo la ricostruzione, dice: «Abbiamo bisogno di un accordo, una bozza d’intesa da parte vostra così che possiamo capire la direzione verso cui stiamo andando». La risposta iraniana è positiva, Araghchi promette che in sei giorni una proposta sarà sottoposta agli americani attraverso canali diplomatici. Il tempo passa e gli americani vengono contattati da quello che viene definito «l’interlocutore». Teheran ha comunicato che avrebbe iniziato a lavorare a una bozza nei prossimi due giorni. Quella bozza non è stata – non almeno nella forma che si attendevano Kushner e Witkoff – presentata. Quello che sorprende nuovamente gli inviati di Trump è lo spirito di sfida, l’arroganza iraniana e anche la mancanza di timore. «Abbiamo pensato, caspita, abbiamo una portaerei nel Golfo (la USS Lincoln, ndr) di cui loro si lamentano; una seconda (la USS Ford, ndr) è in navigazione e loro ne sono consapevoli e si lamentano pure e ancora non riusciamo ad avere una proposta di accordo da loro». Malgrado lo scetticismo, gli americani decidono di lasciare aperta la via del dialogo. Da Washington, infatti, il presidente ripete in ogni occasione pubblica la sua linea, c’è la preferenza per la diplomazia ma la risolutezza a ricorrere alla forza. «Se non accettano, ci saranno delle conseguenze, non sarebbe saggio per loro dire di no». Dentro l’Amministrazione prevalgono le «colombe»; l’idea di iniziare un conflitto non convince soprattutto il vicepresidente JD Vance e dal Pentagono, il generale capo degli Stati Maggiori Riuniti, lancia il messaggio che un conflitto potrebbe essere complicato, portare vittime americane e non di facile conclusione. È il Washington Post a rivelare il pensiero di Dan Caine, Trump smentisce la ricostruzione e ribadisce che i militari sono pronti se sarà necessario. Ma la preferenza resta per la soluzione diplomatica.

26 febbraio, Ginevra: “Questa proposta è come un formaggio con i buchi”

Si arriva così al terzo incontro. È il 26 febbraio, le parti si riuniscono nella residenza dell’ambasciatore dell’Oman a Ginevra. Gli iraniani consegnano un foglio, ci sono due paragrafi in cui sono schematizzati cosa vogliono e cosa non vogliono. «Dichiariamo di non voler l’arma nucleare». Witkoff chiede: «Dov’è l’accordo? Ci avete detto che ne avreste portato una bozza». La risposta è contenuta in cinque-sette pagine che vengono presentate agli americani in quel momento. Steve Witkoff può leggerle solo durante l’incontro. Poi passa i fogli a Kushner. Rimangono scioccati dal fatto che il piano non avesse unicamente scopi civili. E gli iraniani stavano cercando di nasconderlo sotto gli occhi di tutti. «In sostanza, avrebbe permesso loro di arricchire a un tasso di cinque volte superiore a quanto consentito dal JCPOA (l’accordo nucleare del 2015 di Obama, ndr). Una richiesta enorme. Siamo stati in grado di fare i calcoli direttamente a tavolino, analizzando il tutto. Voglio dire, non l’avremmo tollerato. Le nostre linee rosse erano: nessun arricchimento in alcun modo», ha spiegato il funzionario.

«Siamo in Svizzera e questo accordo è come il formaggio svizzero», avrebbe detto Kushner secondo quanto riferito dalla nostra fonte. Ovvero c’erano delle cose buone ma tanti “buchi”. È la prima volta però che Washington vede cosa gli iraniani vogliono fare con «il differente materiale (le scorte di uranio) che dicono di voler produrre».

Al tavolo dei negoziati in quel terzo meeting era presenta il capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) Raphael Grossi. Era stato invitato dagli americani per rafforzare l’expertise.

È in quell’incontro che Witkoff e Kushner fanno una controproposta spiazzante, non è chiaro se per stanare definitivamente gli iraniani o reale. «Ok, capiamo le vostre necessità». Quindi scatta l’offerta: combustibile nucleare gratis per sempre. È in quel momento che Araghchi – raccontano alcune fonti Usa – «si è avvitato su sé stesso cercando di spiegare che l’arricchimento dell’uranio è un motivo di orgoglio nazionale e un diritto, abbiamo sacrificato molto per questo», «Bene, allora sarete ricompensati», la risposta di Kushner con «la cancellazione delle sanzioni, carburante nucleare gratis, progetti di sviluppo congiunti Usa-Iran». «Possiamo sviluppare energia nucleare per scopi pacifici insieme». L’offerta fa infuriare gli iraniani: «Questo è un attacco alla nostra dignità. Non è qualcosa che possiamo accettare». Poi sollevano eccezioni e obiezioni. È chiaro che volevano guadagnare tempo, cercare di andare oltre la fine del mandato del Presidente Trump per sviluppare l’arma nucleare, «se avessero voluto il nucleare civile, c’erano molte opportunità per farlo», concludono gli inviati Usa.

I trucchi sull’uranio arricchito contenuti nella bozza di Teheran

Iran: la ricostruzione nei siti nucleari colpiti dagli USA, le immagini dai satelliti


In particolare, nella bozza si chiedeva di poter arricchire più uranio all’interno di un reattore nucleare civile chiamato TRR (Reattore di ricerca di Teheran), utilizzato teoricamente per produrre radioisotopi a scopo medico e agricolo. Un luogo dove l’uranio, secondo la bozza presentata, sarebbe stato arricchito al 20%, quando il massimo consentito dal JCPOA è del 3,67% d’arricchimento. «Partendo dal 20% ci vorranno forse tre o quattro settimane per arrivare al 90% di qualità per creare armi, il 60%, di cui avevano 460 chilogrammi, è a solo una settimana o 10 giorni di distanza dalla qualità necessaria per realizzare armi», ha detto l’alto funzionario, provando a spiegare la reazione di Witkoff quando ha capito che tale 20% avrebbe fatto risparmiare a Teheran un sacco di tempo nella corsa al raggiungimento di un’arma atomica.

Il TRR, come confermato anche dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, avrebbe inoltre scorte d’uranio otto volte la quantità necessaria annualmente per i suoi progetti. Secondo Washington, in tale struttura sarebbero stati realizzati solo alcuni test medici per mascherare ciò che gli iraniani stavano in realtà facendo.


Il sito di Natanz, colpito a giugno 2025

 (afp)

«Abbiamo scoperto che in pratica non avevano prodotto alcun radioisotopo e che la scorta di combustibile per sette-otto anni che avevano conservato al TRR era stata accumulata, insieme a tutte le altre scorte che erano state messe a Natanz, Isfahan e Fordow (le tre strutture nucleari colpite a giugno, ndr). Quindi l’affermazione che stessero usando un reattore di ricerca per fare del bene al popolo iraniano era una completa pretesa falsa per nascondere il fatto che stavano accumulando lì”, ha spiegato il funzionario di alto livello americano ricorrendo a una curiosa espressione: “Abbiamo vissuto quasi un momento Perry Mason quando abbiamo scoperto cosa facevano al TRR, vendendo al mondo una storia positiva, lo sviluppo di isotopi per scopi medici mentre in realtà facevano scorte di uranio per altri scopi”.

L’Iran, secondo Washington, possiede delle centrifughe di altissimo livello, realizzate internamente al paese, chiamate IR6. Delle moderne “lavatrici” in grado di arricchire l’uranio a qualsiasi livello si voglia, sia 20% che 90%, e pensate – nei piani iraniani – per essere usate al TRR. E qui la matematica avrebbe spaventato Witkoff e Kushner, facendo capire in cosa si stessero mettendo, negoziando con i funzionari iraniani: «Immaginate se avessimo permesso loro di continuare così per un anno. Invece di avere 460 chilogrammi di materiale per armi, ne avrebbero avuti 1500. Cioè 1000 a 20% e 450 a 60%. In un breve lasso di tempo, potrebbero avere 1500 chilogrammi di materiale per armi, che non equivarrebbero a 11 bombe, ma a 40 o 50 bombe». Jared Kushner, secondo il funzionario, ha avuto la sensazione che gli iraniani stessero offrendo molte vittorie politiche e alcune concessioni agli americani, ma che non fossero disposti a rinunciare agli elementi per arrivare a una bomba. Senza contare il fatto che gli iraniani stavano cercando di spostare tutto l’arricchimento nucleare sottoterra in un posto che sarebbe stato fuori dalla portata di un’azione militare. Nessuna presa di ventilazione per l’aria prevista. Queste sono le vie che le bombe dei B2 individuano per penetrare in profondità. In pratica Teheran stava allestendo strutture underground ancora più sofisticate di quelle di Fordow.

Venerdì 27, ore 15:38: “Operation Epic Fury approvata, nessuna interruzione. Buona fortuna”

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Kushner e Witkoff lasciano Ginevra giovedì pomeriggio. C’è una telefonata con il presidente Trump al quale spiegano le difficoltà di trovare un’intesa. «Era ovvio – riferisce l’alto funzionario – che non c’era un accordo in vista che avrebbe creato un paradigma su lungo termine».

Venerdì 27 a Washington arriva Badr Al Busaidi. Incontra JD Vance e ha l’obiettivo di salvare i negoziati. Ha capito che nonostante la sua retorica ottimista – sono gli omaniti a diffondere sempre comunicati distensivi e parlare di colloqui “positivi” in un “clima costruttivo” e di differenze “tecniche” – il divario è ampio. Nel colloquio il vicepresidente capisce che lo spazio negoziale è assottigliato. Il presidente Trump intanto vola in Texas a Corpus Christi per un comizio.


Il vicepresidente statunitense JD Vance

 

La sera Al Busaidi va a cena al Ned (club esclusivo di Washington a due passi dalla Casa Bianca). Al tavolo a fianco al suo c’è Scott Bessent. Altri eminenti figure dell’Amministrazione sono presenti. Tra loro Paolo Zampolli, U.S. Special Envoy for Global Partnerships. Al Busaidi è totalmente ignaro che la sua missione è stata un buco nell’acqua. Ai suoi ospiti confessa che ci sono spazi di trattativa.

Trump però ha già deciso. Dai due negoziatori ha ricevuto un briefing preciso. Il contenuto è riassunto in questa frase pronunciata da un senior official della Casa Bianca: «Witkoff e Kushner hanno detto al presidente che se avesse voluto un’intesa sul modello di quella di Obama del JCPOA, o anche un JCPOA plus, avremmo potuto averla. Sarebbero serviti mesi, e tempo per passare al vaglio ogni singola condizione. Ma questi tipi (gli iraniani, ndr) non hanno mostrato nessuna volontà di arrivare a un accordo del tipo voluto da Trump».

Alle 3:38 di venerdì pomeriggio (Est Time), dall’Air Force One in volo verso il Texas, il Comandante in Capo invia l’ordine di colpire l’Iran al capo degli Stati Maggiori Riuniti Dan Caine: «Operation Epic Fury approvata, nessuna interruzione. Buona fortuna».


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