
Oramai comunemente sdoganato l’esproprio delle funzioni e delle prerogative delle Camere da parte dei governi, praticamente tutti senza eccezioni, resta da capire come si sia potuti arrivare allo stravolgimento di un sistema che definire in origine parlamentare era riduttivo e insufficiente. Il sistema – disegnato dai nostri padri costituenti, condiviso da tutte le forze politiche dell’epoca, escluso il partito che scelse per estrema coerenza il legame con il regime, e che oggi guida curiosamente la coalizione che governa il Paese – che per quarant’anni ha visto le Camere presidiare la vita istituzionale. Il tutto con risultati ad oggi persistenti e significati per la stessa tenuta sociale del Paese: basta pensare al sistema sanitario, al diritto di famiglia, allo sviluppo inarrestabile dei diritti. E con il conseguente sviluppo di una unità nazionale, animata dai due maggiori partiti, di maggioranza e opposizione, che ha protetto gli italiani dall’aggressione di un terrorismo a più facce.
Come è successo, perché è successo, quando è successo, questo ribaltoneche ha reso inerte e inoperosa la nostra Costituzione, pur lasciandola intatta nella forma, e nell’ipocrita devozione da parte dei nuovi ministri attraverso un giuramento del tutto generico e non vincolante nelle mani del capo dello Stato?
In assenza di atti di revisione formale, ad onta di vari conati inefficaci che già scontavano la futura divaricazione nella politica, è la successione dei comportamenti, delle pratiche, dei precedenti a formare quella che, almeno per quanto concerne il Parlamento, appare una vera Costituzione materiale, in spregio agli indirizzi dei padri costituenti. UN partire dal rigetto del ruolo costituzionale del Parlamento, la base sulla quale si innestano gli interessi imprenditoriali e il conseguente progetto di Silvio Berlusconi: per il quale la guida del Governo non doveva essere limitata o condizionata da altre istituzioni concorrenti. Dalle Camere in primo luogo, in prospettiva da nessun’altra istituzione o potere: si tratti della magistratura, e di qualsiasi altro potere potenzialmente limitativo del ruolo dell’esecutivo. In primo luogo l’informazione, in primissimo luogo quella pubblica, da unirsi nel possesso con quella privata nelle mani dell’imprenditore “sceso in politica”.
Il primo bersaglio è la figura che presiede entrambi i rami del Parlamento, garantendo la terzietà alla gestione delle assemblee: figura di conseguenza costituzionalmente estranea alla maggioranza di governo, da arruolarsi, almeno nelle intenzioni, nella propria parte. Altre trasgressioni costituzionali si occupano attraverso la scena parlamentare: la legge tende a dominante interessi privati in luogo di quelli collettivi, al punto che i legali del capo del Governo vengono posti direttamente e contestualmente a capo delle Commissioni che legiferano in tema di giustizia; la trasformazione dei partiti rispetto al modello disegnato dall’art. 49 della Costituzione (peraltro già intaccato negli anni che hanno portato a Tangentopoli), da comunità associative e democratiche al proprio interno in autentiche start up di stampo aziendale, che non ammette figura competitiva con il capo divenuto padrone. La terzietà e il rispetto per l’avversario divengono un diseconomico spreco di risorse in una lotta politica divenuta battaglia senza quartiere, con rimozione di qualsiasi missione comune – in sintesi, la repubblica.
Si apre la strada attraverso la quale i governi si appropriano dei procedimenti legislativi, fino all’obbrobrio costituzionale dei maxiemendamenti e all’emarginazione progressiva degli organismi parlamentari, comprese le figure di deputati e senatori, privati delle funzioni e prerogative del ruolo, compresa la rappresentanza di elettori con i quali dismettono qualsiasi legame. Si lascia alla discrezione del governo e dei ministri se accedere alle istanze di confronto in Parlamento con le opposizioni, senza la mediazione decisiva di organismi collocati nelle Camere.
La domanda delle domande: resta da capire perché questo fenomeno non sia stato contrastato dalle opposizioni costituzionali, al tempo della rivoluzione berlusconiana; né, paradossalmente, dismesso dalle maggioranze costituzionali nelle fasi di alternanza con i governi di centrodestra. Così da rendere storicamente inattendibile la tesi della attribuzione della responsabilità esclusiva dello stravolgimento delle relazioni istituzionali a questi ultimi, e lo scagionamento contestuale delle maggioranze per così dire progressiste. La più facile delle risposte: dell’agio di governare senza l’assillo di fastidiose minoranze dotate di buoni poteri nelle Camere si sono giovati serenamente tutti i governi, senza grandi differenze.
E a tutt’oggi, la timidezza, meglio l’inerzia delle opposizioni nella denuncia e ancor più nell’azione di ripristino della centralità del ruolo del Parlamento, rimane inspiegabile oltre che innegabile: aggravata da una duplice contestualità: il potente recupero dell’originale presenza ideologica nella matrice meloniana della coalizione di centrodestra rispetto a quella berlusconiana; e il dilagare universale di forme autocratiche ufficiali a sostituire il declino democratico generale. Con l’aggiunta di fasi autocratiche all’interno delle democrazie: a partite da quella, potenzialmente drammatica, che vivono gli Stati Uniti d’America. E la conclusione, amara, dell’impotenza dell’attuale politica nazionale rispetto alla necessità di ritrovare l’insostituibile senso di una missione comune.
Montesquieu.tn@gmail.com
