A preoccupare è anche il fatto che diversi contagi siano avvenuti all’interno di strutture mediche e hanno coinvolto gli operatori sanitari, un fattore che in passato ha contribuito ad accelerare altri focolai di ebola.
Il ritardo nell’individuazione del focolaio, inoltre, fa pensare che il numero reale di infezioni può essere molto più alto di quello registrato ufficialmente. Per l’Oms ei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie, è probabile che in diverse regioni sia già in corso una trasmissione comunitaria attiva.
“Al momento ci sono ancora molte incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica associata a questo evento”ha dichiarato il direttore generale dell’Oms. “Inoltre, il legame epidemiologico con i casi noti o sospetti resta in gran parte sconosciuto”.
C’è il rischio di una pandemia?
Per ora, l’L’Oms non ritiene che il focolaio abbia le caratteristiche di una pandemia. Tuttavia, il fatto che siano già stati registrati casi in diversi paesi e in città densamente popolate aumenta il rischio di una diffusione internazionale.
L’esperienza delle epidemia precedenti mostrano che la rapidità nella risposta è fondamentale. Gli studi epidemiologici sui focolai passati nell’Africa equatoriale hanno dimostrato che misure come il tracciamento dei contatti, l’isolamento precoce e l’educazione delle comunità possono avere un ruolo decisivo nel contenere un’epidemia.
Nel frattempo, le squadre mediche internazionali sono già al lavoro nella regione per rafforzare i laboratori, allestire centri di trattamento e potenziare la sorveglianza epidemiologica. L’obiettivo è impedisce che il virus provochi una nuova crisi sanitaria come quella che ha colpito l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, quando l’ebola causò più di 11mila morti.
Questo articolo è apparso originariamente su Wired in spagnolo.
