Volete raccontarci di voi e del vostro percorso?
Studio Ossidiana è nato nel 2015, però noi ci siamo conosciuti molto prima, all’Università Tecnica di Delft. Già lì e in un post-grad in urbanistica abbiamo iniziato tutta la ricerca sulla relazione tra umani e altre specie, oltre che a sperimentare sui materiali. Sono nati i primi progetti, tra cui Amsterdam Allegories, che ha vinto il Prix de Rome, e poi lo studio ha preso una sua continuità in cui sassi e uccelli si sono ritrovati in un luogo nuovo!
Siete internazionalmente conosciuti per la realizzazione di giochi sperimentali, capaci di diventare centri aggreganti per varie comunità, ma soprattutto che hanno il potere di attivare il piacere del gioco e del contatto fisico attraverso manufatti inattesi, coloratissimi, in cui forme vegetali e minerali costruiscono territori minuti che mutano continuamente.
Cerchiamo d’immaginare strumenti affilati, capaci d’infilarsi un po’ nelle fessure delle cose e dei luoghi. I nostri progetti reinventano il contesto e le persone che li usano. Questo vale anche per i materiali utilizzati. Per molti anni abbiamo lavorato su piastrelle di cemento colorato mescolato con le conchiglie, che sono il risultato dell’estrazione della sabbia in Olanda. Questi prodotti generano un senso di meraviglia perché parlano di un mondo molto più grande e sono insieme una consapevole dichiarazione di fragilità. In un’altra istallazione che abbiamo realizzato negli spazi di Assab One, a Milano, abbiamo costruito una sorta di tappeto effimero composto da una collezione di sei o sette tipi di materiali sfusi, ciascuno risultato di una forma di estrazione e trasformazione antropica, perché arrivavano dalla pianura Padana e insieme dal delta della Mosa e del Reno (nei Paesi Bassindr). Si tratta di materiali poveri, utilizzati in edilizia in moltissimi modi, ma insieme con una vita di oltre ventimila anni, resistenti e fragili allo stesso tempo. L’installazione era fatta per essere movimentata dal pubblico e mutava ogni giorno, mescolando storie e materie lontane tra di loro. Ci piace ragionare in maniera sperimentale con materiali anonimi che possono prendere una vita differente e, contemporaneamente, ci rendono consapevoli della loro bellezza silenziosa.
Le vostre installazioni portano a due pensieri compresenti: la fragilità apparente e l’utilizzo sperimentale di materiali pronti a essere riciclati e rigenerati in maniera inattesa.
Il progetto Earth Sea Pavilion, un’installazione per la Triennale di Bruges in Belgio, era composto da un silos realizzato con una griglia metallica che conteneva una serie di suoli diversi: da quello solido alle foglie o al carbone attivo mescolati con le conchiglie, le ostriche e l’argilla espansa. I materiali erano sovrapposti uno sopra l’altro e durante il tempo hanno cominciato ad assestarsi. Ogni strato di suolo è stato seminato e nei mesi estivi ha iniziato a produrre fiori e piccole piante che lo modificavano continuamente. Il padiglione aveva una sua generosità, nel senso che quell’oggetto ha preso una vita solo in parte pianificata perché le piante sono cresciute dove volevano e hanno generato un ambiente totalmente libero, e questo crediamo sia una grande lezione per l’architettura e il progetto.
