Cosa ho imparato sulla morte e sul senso della fine dai gruppi Facebook di fotoritocco

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Scrivendo di queste cose sono andato a rivedere l’etimologia proprio di questo termine, nostalgia. Lo pensavo antico e invece lo è meno di quanto si possa credere: l’ha coniato nel XVII secolo un medico svizzero (non a caso un sinonimo allora era “mal svizzero”) per definire la sensazione che provavano i tanti mercenari costretti a passare molto tempo lontani da casa “dolore del ritorno a casa” – questo il significato del neologismo dal greco – è una sensazione che oggi applichiamo a ogni cosa, ma conserva in sé il nucleo di quella battaglia contro lo sradicamento. Una battaglia che, soprattutto se tradotta nel digitale di oggi, porta con sé dei rischi: “A livello di privacy, credo che il problema sia più che altro osare in pasto a una community di sconosciuti immagini della propria vita privata, senza tener conto di quello che si sta facendo”, riflette Davide Sisto: “A margine, certamente, il mostrare stimolare una grande fragilità può essere svantaggioso perché uno sconosciuto può, a partire da quella fragilità esposta, provare a ingannare il dolente.Ma il rischio più grande, come sempre quando si parla di lutti, è il non riuscire ad andare avanti, non accettare la fine e l’inevitabile.

Nella società di oggi, quella della post-realtà e dell’intelligenza più artificiale che umana, quella del turbo-capitalismo e dell’ecoansia, la morte è una grande rimossa. Ne siamo costantemente circondati (guerre, genocidi, pandemie, violenze generalizzate) ma non la vogliamo vedere, elaborare. Ci sono miliardari che investono in terapie rivoluzionarie per congelare l’invecchiamento, industrie che progettano impianti bionici, tool alla Specchio nero che promettono di generare messaggi vocali, foto e video dei nostri cari defunti. Non vogliamo accettare la morte perché in fondo la morte è antiproduttivaci priva non solo della presenza dei nostri cari, ma anche della loro capacità di essere presenti nelle nostre vite, concretamente o digitalmente. Di diventare, se vogliamo, un altro contenuto in un mare di contenuti.

Eppure sappiamo che qualcosa, in quest’eternazione a suon di pixel e data center, non funziona. Internet ci ha promesso l’eternità, ma il mondo là fuori ci mette costantemente di fronte alla nostra devastante finitezza. “Il tempo passa. La memoria si appanna, si aggiusta, si conforma a ciò che pensiamo di ricordare”, scrive sempre Joan Didion in Notti Bluelegia questa volta ispirata dalla morte della figlia, avvenuta a 39 anni, 20 mesi dopo quella del marito. Una parte fondamentale del lutto è anche consegnarci la vita di chi abbiamo amato in un pacchetto imperfetto, debordante, smussatotutto da sbrogliare ed elaborare, persino da accettare. Finti ricordi, rimozioni che franano, momenti che riviviamo in modo ogni volta diverso, rivelazioni inedite.

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