Così l’incertezza è scesa in politica

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Caro direttore, come spesso accade la certezza politica più autentica e profonda è l’incertezza. Giusto il tempo di dirci che con la vittoria del “no” al referendum sulla giustizia il centrosinistra aveva imboccato una strada sicura verso la vittoria, e subito il voto di Venezia (e non solo) ci fa dire che forse invece la realtà si dipinge già di un altro colore e che magari il centrodestra dispone ancora di tutto il suo arsenale elettorale e con esso anche della possibilità di rivincere la prossima tornata politica. Pronostico che a sua volta è già pronto per rovesciarsi alla prima occasione.

La verità, probabilmente, è che non abbiamo ancora trovato il bandolo della matassa. Forse perché quel bandolo non c’è. O forse invece perché non si fa trovare laddove noi ci ostiniamo a cercarlo. C’è una sorta di istintiva diffidenza che induce gli elettori a non concedere quasi mai carta bianca e magari a destinare al purgatorio politico le anime dei favoriti. Poiché in fondo non è così vero che la gente sia così tanto in cerca di certezze. Piuttosto, Sembra aver bisogno di trovare un riparo dalle certezze altrui. E tanto più quando talizze certe si offrono sotto forma di assiomi perentori e quasi minacciosi.

Esiste una domanda di governabilità, di stabilità politica, è ovvio. Ma quando quella domanda diventa troppo assertiva, quando veste i panni di una sorta di predestinazione, è fatale che l’opinione pubblica si giri da un’altra parte. Poiché essa teme il trionfalismo più di quanto tema il garbuglio politico istituzionale. E forse sotto preferirebbe un mite pareggio a una troppo cruenta vittoria.

Esiste nel fondo del Paese una sorta di atavica diffidenza verso il potere che andrebbe curata e lenita con pazienza e misura. Ma poiché nessuno sembra disporre di tali qualità, si finisce con l’andare in cerca di rassicurazioni più banali. E la più banale di tutte consiste appunto nella promessa di vincere, anzi di avere già vinto. All’indomani, ci sarà di certo un rimedio per tutte le forzature, gli equivoci, le esagerazioni che saranno serviti a prevalere nella battaglia delle urne.

Quello che si fa fatica a capire però è che nonostante tutti i Vannacci del mondo, il nostro elettorato non va tanto in cerca di campagne belliche. Si accontenterebbe di essere ascoltato e tenuto più da conto. E poiché ha imparato a non fidarsi troppo di quel che passa il convento, ha iniziato a esercitare una sana diffidenza verso tutte le promesse troppo facili. Prima tra tutte, quelle di aver già prevalso. È la sicumera dei favoriti a disturbare più che non la titubanza dei dubbiosi.

È vero, all’apparenza il nostro comune linguaggio politico si ostina a somigliare sempre più a un grottesco bollettino militare. Maè finzione. Si promette di avere già vinto per incassare prima il bottino di una vittoria che magari non ci sarà. E se solo il discorso politico concede qualcosa al dubbio, all’incertezza, alla problematicità, subito appare all’orizzonte l’ombra del disfatto che gli stati maggiori si premurano di mettere al bando. Quasi che il ragionamento – qualsiasi ragionamento – fosse già una forma di sabotaggio della propria stessa causa. Da quelle parti è solo il “carrozzone”, il carro del vincitore, che può godere di una felice destinazione. Peccato però che il più delle volte strada facendo quel carro finisca per perdersi.

Così, tutto bene, il rovescio delle aspettative e delle previsioni diventa a suo modo un esercizio di volontà popolare. Cosa che però si comprende solo dopo.

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