
Tre giorni dopo l’uscita di Comunione (HarperCollins), il secondo libro di JD Vance, vice presidente degli Stati Uniti, delfino di Trump, sopravvalutato e sottovalutato, ex marine, underdog della Rust Belt, 4500 americani hanno sfilato nel centro di Washington per dire: «Siamo maschi, siamo eterosessuali, sobri, sposiamo le donne e leggiamo la Bibbia: siamo il nuovo punk rock! Siamo i nuovi statisti!». Era il giorno della festa del papà, ed erano quasi tutti lì con i loro figli, alcuni anche con le mogli. C’erano anche alcuni ex alcolisti che urlavano di essere diventati uomini migliori, e di voler migliorare ancora di più. Uniti, tutti, dalla stessa idea, ma proprio identico, che sostanzia il libro di Vance: il cristianesimo offre la sola guida possibile alla virtù, quindi al buon governo, quindi all’occidente.
Solo e soltanto il cristianesimo può disintossicarsi dall’arrivismo al quale ci ha indotti il sogno americano, può darci ambizioni che ci rendono felici, una felicità che coincide con il bene, e renderci quindi capaci di occuparci degli altri. I giornali americani progressisti si sono divertiti a non prenderlo troppo sul serio, un’ingenuità che hanno già commesso, e hanno scritto che «Vance voleva dimostrarci che non odia sua moglie» (Il taglio)poiché nel libro un intero capitolo è dedicato alla second lady, Usha Vance, descritta come l’amore della sua vita, la donna che entra in una stanza e la illumina, la sola al mondo capace di «camminare sui tacchi scivolando attraverso la stanza»e non «insicura come tutte le altre donne», fargli leggere e apprezzare la stampa di sinistra, e soprattutto l’unica di tutta Yale, l’università dove si sono conosciuti e nella quale si sono brillantemente laureati, a non avere ambizioni altisonanti . «Mi colpiva che la persona meno impressionante di Yale era la più ambiziosa, e che la più impressionante, Usha, voleva solo avere una famiglia e un lavoro decente».
Qui c’è uno dei punti fondamentali del libro, che contiene l’induzione patriarcale ad apprezzare una donna perché ha desideri semplici, sommessi, family friendly, ma non si esaurisce in essa: il ridimensionamento delle ambizioni sue personali è stato, per Vance, la causa e l’effetto della sua conversione, e del suo riavvicinamento alla fede. Lo scrive nelle prime pagine: a un certo punto, pur essendo riuscito a emanciparsi dalla povertà, a laurearsi al meglio, a diventare ricco, a poter aiutare i suoi genitori, a vincere qualsiasi competizione professionale, a incarnare alla perfezione il sogno americano, si è reso conto di essere infelice, e ha capito di esserlo perché aveva smesso di vivere una dimensione morale, in cui gli altri contassero come prossimo e non come possibili ostacoli da abbattere nella sua ascesa sociale. «Ho capito che il cristianesimo che aveva abbandonato da giovane risponde meglio alle domande sull’essere una persona virtuosa rispetto alla logica della meritocrazia americana».
Molti altri quotidiani, incluso il New York Timeshanno scritto che Comunione è «il libro di un uomo ansioso». è uno dei furbeschi pregi del libro: far dimenticare che a scriverlo è il vice presidente degli Stati Uniti, da più parti considerato il movimento Maga, e proporre la narrazione di un ex ragazzo che vuole solo trovare il modo migliore per essere un futurore degli altri (e non di Dio: Dio gli serve per mantenere integra, luminosa, tenace, la voglia di dedicarsi al prossimo, di pensare alla realtà e non alla carriera, di interrogarsi sul giusto e di far coincidere quella domanda con i progetti per il futuro).
È un libro di propaganda pura: propaganda confessionale, un’evoluzione raffinata dell’uno vale uno, e professione di fede. Più di un capitolo è dedicato alle controversie teologiche sul creazionismo, alle differenze tra cristianesimo e protestantesimo, all’anima, persino all’ortodossia perdutaalle cerimonie sempre più lasche, troppo pop, troppo poco esigenti. Racconta una conversione e una fede ritrovata, fa uno studio su come ritrovarla, un invito a una collettività perduta a riconoscersi perduta e ritrovarsi in dogmi la cui assolutezza non è una verità in cui credere ma una sfida da accettare: la grande scommessa del mistero.
È complesso capire se Vance sia espressione di una destra conservatrice o estrema, o entrambe le cose: sappiamo di lui (lo ribadisce nel libro) che è stato un anti-trumpiano, sappiamo che non ha mai smesso di incarnare la nuova idea del sogno americanoche gli ha voluto imprimere un’inversione di tendenza rispetto all’arrembante prima versione: non più scalate verso il successo, non più spingersi oltre se stessi, bensì stare dentro se stessi, poter essere poco, essere meno, restare a casa propria. Dà, in questo, sponda alle chiusure sull’immigrazione, la cui storia, negli Stati Uniti, è saldamente legata al sogno americano di prima fattura.
Quello che è facile capire, però, è che nel raccontare la sua conversione con il tono di un giovane adulto millenial che è stato in Iraq e che ha visto vacillare il senso della vita, Vance non smette affatto di essere un politico: è il politico americano che più di tutti, anche più di Trump, sta ai vertici di un Paese che si sente e si crede patria del popolo eletto da Dio, e si propone come creatore e applicando un manuale per tornare a infervorare quel mito fondativo.
Mentre Trump inguaiava i rapporti della Casa Bianca con il Vaticano, lo scorso aprile, scrivendo su Truth, tutto in maiuscolo come sempre, che Papa Leone XIV è “terribile in politica estera” e “indulgente con i criminali”, Vance chiudeva questo libro. Che non apre al Vaticano, anzi: le pagine su Papa Francesco sono persino dure, parlano di una delusione nell’aver trovato vaghe le sue posizioni sull’immigrazione: «Affermare che un Paese può controllare i propri confini o che gli ufficiali dell’immigrazione devono trattare le persone umanamente è facile perché tutti sono d’accordo. La difficoltà sta nell’applicare questi principi in un mondo caotico con valori contrastanti. Sono uno statista cristiano che accoglierebbe con favore una fede istituzionale meno incentrata sulle banalità e più sulla realtà».
Le pagine che contano di più, che danno a Comunione la profondità del progetto politico, sono quelle nelle quali Vance scrive il programma della sua candidatura, spacciandolo per un racconto intimo di introversione: si offre ai futuri elettori non attraverso un’autobiografia ma attraverso un diario collettivo. Lo scrive con i caratteri enormi, le frasi semplici, brevi (ogni tanto dichiara: «prometto che adesso la frase finisce, pazienza»). Lo scrive da amico del popolo americano e di una generazione. Lo scrive, ancora, da Hillbilly che arriva dall’America più disgraziata, la Cintura di Ruggine, che ha raccontato come nessuno, con un romanzo che ha segnato la sua carriera, e anzi l’ha fatta nascere (Elegia americana).
Sa che con un libro si viene sottovalutati perché i libri sono sottovalutati, e pubblica il seguito della sua evangelizzazione: coccola il neo culto di destra, il ritorno alla Bibbia come testo “punk”, unico argine alla deriva occidentale, parla di noi come pensavamo, nel 2001, che gli islamici parlassero degli occidentali. Si mette accanto a Trump, e racconta come si accorse, quando era ancora uno di quelli che lo criticavano, che stare contro Trump garantiva il plauso dei salotti, le royalties più alte, le ospitate in tv. Ma, di fatto, si smarca da Trump: lascia che lui incarni la deriva, l’ubriacatura Maga, il suo impianto ricattatorio, e ponendosi come pastore laico di anime, si presta come guida al rientro nel buon senso. Quello comune, cattolico. Ricorda alla chiesa di aver abbandonato la vita delle persone, precisamente come ha fatto la sinistra. Si congeda, dopo 320 pagine vibranti, di finta ansia per le sorti della nostra moralericordandoci che se non facciamo figli è perché l’abbandono della cultura cristiana ha coinciso con l’abbandono della nostra volontà di vivere». Chiude il libro così: «Amen». Roma allontana i radicali lefebvriani, e Vance chiama a raccolta i fedeli nel segno di Trump. Del dopo Trump.
