L’Italia delle startup è cresciuta, ma la sfida è diventare un paese capace di costruire grandi aziende tecnologiche globali

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In quanto fondatore, sono per definizione ottimista. La newsletter che scrivo da ormai un anno si chiama”È il momento dei costruttori”: che è una citazione di Mattarella, non Marc Andreessen.

Sicuramente rispetto a quando ho guidato l’apertura di Plug and Play in Italia, tra il 2018 e il 2019, ed oggi, c’è stata una bella crescita. Startup che scalano in frettafounder che investono come angel, fondi di VC stranieri che arrivano, operator che diventano founder, studenti che diventano operator e si comprano la casa a Milano prima dei 30 anni, italiani che tornano a casa dall’estero. Certo, rimaniamo ancora indietro rispetto ad altri paesi europei, addirittura rispetto alla Spagna, che non è certo la Svezia, figuriamoci la California. Ma il dibattito bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto lo trovo sterile.

La vera domanda per me è qual è il “posizionamento” che noi italiani possiamo costruirci così da finalmente far crescere aziende tecnologiche globali. Su questo sono combattute da ormai un decennio. Da un lato, ho bevuto in grandi quantità il “kool help” della Silicon Valley. Lo spazio, la legge di Moore, Internet… e ora l’AI!

La frontiera infinita. “Scegliamo di andare sulla Luna non perché sia ​​facile, ma perché è difficile”.

Dall’altro, ricordo bene la lezione di 10 anni fa del compianto Giuseppe Berta, storico studioso del capitalismo italiano novecentesco e della Fiat. “Ok ammirare e prendere ispirazione dall’America, ma dobbiamo capire come far leva sui nostri punti di forza e sul nostro contesto”.

Questa è la vera sfida.

Rispettare le regole del gioco che l’industria startup-VC americana ha scoperto dal 1957, anno dello Sputnik e della nascita di Fairchild Semiconductors, ad oggi. Ma tenere conto del fatto che costruire dall’Italia impone limiti e opportunità diverse.

L’ambizione come regola, il contesto come vantaggio

Le regole imprescindibili si possono riassumere in una sola parola: ambizione.

Che si declina in puntare in alto, rischiare molto, accettare il fallimento, perdere la maggior parte dei propri soldi ma trovare una startup che ritorna il fondo, lavorare in fretta, lavorare bene, lavorare sempre.

Invece il punto di partenza del contesto italiano è il punto di partenza di ogni fondatore: il problema.

Quali sono i problemi che siamo meglio posizionati a risolvere? Unobravo è esplosa in un paese dall’altissimo numero di psicologi. Stessa cosa per Lexroom e micro-studi di avvocati. E sarà così anche per Catone: il numero di persone necessarie per vendere tramite gare d’appalto è molto più alto in Italia che nel resto d’Europa.

Faccio esempi del software SaaS che è il settore che conosco, ma ce ne sono tanti altri. Su tutti, Cucchiai Pieganti. Se davvero si quoterà al valore stimato sopra quota a euro 20mld, varrà di più di quasi tutte le aziende italiane. Tra cui Stellantis.

Spero che da lassù il professor Berta un po’ sorrida, vedendo i timidi albori di un nuovo capitalismo italiano.

Senza Wired Italia mancherà certo il punto dove trovare una voce capace di raccontare tutto questo con intelligenza. Ma le aziende sono le loro persone e sono certo che la voce di ogni singolo componente della redazione si farà presto sentire da altri luoghi!

In bocca al lupo a voi, ea tutti noi!

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