Ma il metodo Colabianchi è la spia d’un assalto

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La nomina di un direttore artistico spetta a chi presiede l’Ente, come sostiene Nicola Colabianchi, sovrintendente della Fondazione La Fenice (intervista a LaStampa18 marzo us). Sul merito, nessun dubbio. Ma il metodo con cui si giunge alle nomine, le procedure che si seguono, le forme in cui esse si annunciano sono fondamentali per determinare i risultati: un direttore d’orchestra “in rotta” con gli orchestrali significa pregiudizio al prestigio dell’Ente ed esecuzioni dubbie. Non ho nulla contro Beatrice Venezi che non conosco, ma la reazione dell’orchestra sottintende un’imposizione dall’alto senza spiegazioni e senza confronti.

La Destra ha il comando nel proprio Dna e camuffa dietro l’alibi dell’efficienza il principio del “qui decido io” (così come, per contraltare, la Sinistra ha il limite di passare più tempo a “distinguere” che a decidere). Ma un sovrintendente è come un amministratore pubblico: deve creare consenso attorno alle decisioni che prende, non imporle senza diritto di replica. È questo il senso della “politica”: convincere, persuadere, raffreddare le tensioni, unire la comunità (qualunque essa sia) attorno ad un progetto condiviso. Può darsi che la direttrice Venezi sia all’altezza del ruolo, ma perché il sovrintendente non ha spiegato le ragioni “professionali” che hanno portato alla sua individuazione? Perché non ha sollecitato un confronto artistico diretto (per esempio, una prova o una direzione d’orchestra effettiva)? Perché ha lasciato che la vicenda degenerasse in un conflitto sindacale, politico e mediatico? Tutto questo non giova alla musica, non giova alla Fenice, non giova a Beatrice Venezi.

Per come è stata mal gestita, la vicenda richiama il tema più generale dell’assalto “meloniano” alla presunta egemonia culturale della Sinistra. Posto che il vero intellettuale e il vero artista sono spiriti liberi e che il dovere di chi fa le nomine è individuare le competenze necessarie per ricoprire i diversi ruoli, ne deriva che l’egemonia non è un obiettivo programmabile, né un risultato che si ottiene occupando spazi e attribuendo incarichi. Scegliere i responsabilità degli enti culturali per affinità ideologica significa fraintendere la natura stessa della cultura, scambiando l’influenza mediatica e il controllo delle istituzioni con la capacità di comprendere criticamente le contraddizioni del presente.

Quando il sovrintendente Colabianchi spiega che Beatrice Venezi «è un catalizzatore di attenzioni» e che la sua novità è di «essere donna, giovane e attrattiva», tratteggia un profilo consumistico-commerciale che nulla c’entra con la Fenice (teatro che non difetta certo di visibilità!). Mi sarebbe piaciuto dire che la direttrice sa comprendere perfettamente le intenzioni del compositore e reinterpretarlo in articolazioni nuove; che ha spiccate capacità di leadership e di empatia per gestire e motivare il gruppo; che possiede una gestualità inequivocabile per indicare tempi, attacchi, frasi musicali; insomma, che sarà “catalizzatore di attenzioni” per la qualità della sua direzione.

Mi auguro (per lei e per il teatro) che Beatrice Venezi possa esserlo: certo è che gli esordi preoccupano e la presentazione fatta dal sovrintendente appare perlomeno infelice.


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