Mette Frederiksen, la premier danese che ha portato la stretta sui migranti a sinistra  

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C’è una fotografia che racconta il viaggio politico di Mette Frederiksen. Roma, maggio 2025: la premier socialdemocratica danese e Giorgia Meloni camminano insieme davanti al picchetto d’onore. Vengono da famiglie politiche opposte, ma sull’immigrazione hanno ormai costruito un asse. Oggi Frederiksen e Meloni tornano a parlare insieme di «immigrazione incontrollata» e di centri di rimpatrio nei Paesi terzi.

Mette Frederiksen ha il piglio severo di chi sembra aver già deciso prima ancora che cominci la discussione. Parla poco, e da anni coltiva un’immagine lontana tanto dal cosmopolitismo della sinistra europea quanto dalla retorica muscolare delle destre. Figlia di un tipografo e di un’insegnante, cresciuta ad Aalborg, nel nord operaio della Danimarca, viene dalla tradizione più classica della socialdemocrazia scandinava: tasse alte, welfare universale, sindacati forti, piena occupazione e uno Stato capace di accompagnare il cittadino dalla “culla alla vecchiaia”. Un modello costruito però anche su un livello eccezionale di fiducia reciproca, partecipazione al lavoro e rispetto delle regole comuni. È proprio in nome della difesa di quel patto sociale, sostiene Frederiksen, che lo Stato deve poter decidere chi entra, chi resta e chi deve andarsene. La sua stretta sull’immigrazione – almeno nelle sue intenzioni – non viene presentata come l’abbandono della socialdemocrazia, ma come il prezzo necessario per conservarla. È questa convinzione ad averla portata sempre più lontano dalla sinistra europea tradizionale e, sui migranti, sorprendentemente vicino a leader come Giorgia Meloni.

Quando Mette Frederiksen prende in mano i Socialdemocratici, il 28 giugno 2015, ha 37 anni ed è reduce dagli incarichi di ministra del Lavoro e poi della Giustizia. È entrata in Parlamento nel 2001, a 24 anni. La Danimarca è appena uscita da elezioni nelle quali il Partito popolare danese, nazionalista e anti-immigrazione, ha ottenuto il 21 per cento. Il giorno dopo l’elezione della nuova leader, La Stampa racconta un Paese nel quale immigrazione ed Europa sono già diventati i due grandi terreni sui quali la destra detta l’agenda.

Frederiksen capisce presto dove è finito un pezzo dell’elettorato operaio socialdemocratico. E decide di andarselo a riprendere. Il primo segnale arriva nel gennaio 2016. Al governo c’è ancora il liberale Lars Løkke Rasmussen, ma quando la maggioranza propone la famigerata “legge dei gioielli”, i Socialdemocratici di Frederiksen la sostengono. La polizia viene autorizzata a sequestrare ai richiedenti asilo denaro e beni sopra una determinata soglia per contribuire ai costi dell’accoglienza (fedi nuziali comprese), il ricongiungimento familiare viene reso più difficile e i permessi temporanei ridotti. L’Unhcr protesta, all’estero il provvedimento provoca paragoni durissimi con le confische del passato dei nazisti. Frederiksen non è ancora premier e la legge non è sua, ma la scelta politica sì: sull’immigrazione il nuovo centrosinistra danese non vuole più avere una frontiera invalicabile alla propria destra.

Nel 2017-2018 la svolta diventa dottrina. I Socialdemocratici propongono di abolire, di fatto, il normale meccanismo dell’asilo spontaneo: chi raggiunge la Danimarca dovrebbe essere trasferito in un centro fuori dall’Europa, possibilmente in Nord Africa o Medio Oriente; anche chi ottiene protezione dovrebbe restare nel Paese terzo. In cambio Copenaghen accetterebbe un numero controllato di rifugiati attraverso le quote dell’Onu. Nel febbraio 2018 Frederiksen propone anche un limite all’ingresso di cittadini «non occidentali». È già, con qualche anno di anticipo, il dibattito che oggi attraversa Bruxelles sui return hubs e sui centri esterni.

La teoria che accompagna questa svolta è essenziale per capire Frederiksen. Il confine chiuso non viene presentato come l’opposto del welfare, ma come la sua condizione di sopravvivenza. Un sistema sociale generoso, sostiene la nuova socialdemocrazia danese, funziona soltanto se esiste un alto grado di fiducia reciproca, se la maggioranza lavora e paga le tasse e se lo Stato conserva il controllo su chi entra. La pressione migratoria, nella sua lettura, pesa prima di tutto sulle periferie e sulle fasce popolari che la sinistra dovrebbe rappresentare. Nel 2019 la formula funziona: più spesa sociale e difesa del welfare a sinistra, politica migratoria severa a destra. I Socialdemocratici vincono e il 27 giugno Frederiksen diventa, a 41 anni, la più giovane premier nella storia danese.

Da quel momento la stretta cambia natura: da strategia elettorale diventa architettura dello Stato. Nel 2019 prende forma quello che in Danimarca viene definito il paradigm shift: la protezione dei rifugiati deve essere il più possibile temporanea. L’obiettivo non è più necessariamente accompagnare chi ottiene asilo verso una vita permanente in Danimarca, ma verificare periodicamente se possa tornare nel Paese d’origine. Nel 2020 nasce una specifica agenzia per i rimpatri. È il rovesciamento di una parola chiave delle politiche europee degli anni precedenti: dall’“integrazione” al “ritorno”.

Poi Frederiksen pronuncia la parola che farà della Danimarca un laboratorio europeo. Nel gennaio 2021, davanti al Parlamento, indica come obiettivo «zero richiedenti asilo». Precisa che non può promettere lo zero matematico. Ma quella, dice, deve essere la direzione. Nel 2020 le domande erano già scese a 1.547, il minimo dall’inizio della serie statistica allora disponibile.

Lo stesso anno esplode la polemica sulla Siria. La Danimarca comincia a revocare o a non rinnovare i permessi ad alcuni rifugiati provenienti da Damasco e dintorni, giudicando quelle zone sufficientemente sicure. Nell’aprile 2021 oltre duecento siriani su più di seicento casi riesaminati avevano perso il permesso secondo i dati citati da Reuters. Bruxelles protesta, l’allora commissaria agli Affari interni Ylva Johansson interviene sul governo danese, Amnesty e Unhcr contestano l’idea che la Siria possa essere considerata sicura. Trenta tré eurodeputati di dodici Paesi chiedono a Frederiksen di cambiare rotta. La Danimarca non può materialmente deportare quelle persone in Siria, con la quale non ha un accordo di rimpatrio: alcune finiscono così nei centri di partenza in attesa di un ritorno che non può essere imposto.

È sempre il 2021 quando il governo apre un secondo fronte, quello delle cosiddette «società parallele». La distinzione fra cittadini di origine «occidentale» e «non occidentale» era stata introdotta nella legislazione sui cosiddetti ghetti dal precedente governo di destra. Frederiksen elimina progressivamente la parola “ghetto”, diventata tossica, ma non abbandona l’impianto. Il suo governo propone di portare sotto il 30 per cento, entro dieci anni, la quota di residenti «non occidentali» in determinate aree di edilizia sociale. Demolizioni, trasferimenti e trasformazione dei quartieri diventano strumenti di integrazione forzata. È la stretta che La Stampa racconta nel marzo 2021 con il titolo: «Società parallele, via i non occidentali». L’Istituto danese per i diritti umani denuncia il rischio di discriminazione; negli anni successivi la normativa danese sui quartieri finirà davanti alla Corte di giustizia europea, che nel dicembre 2025 giudicherà potenzialmente discriminatorio il criterio fondato sull’origine «non occidentale».

Ma il passaggio destinato a cambiare l’Europa arriva il 3 giugno 2021. Il Parlamento danese approva una legge che consente di trasferire i richiedenti asilo in un Paese extraeuropeo, dove la loro domanda dovrebbe essere esaminata e dove resterebbero anche in caso di riconoscimento della protezione. La Commissione europea esprime «preoccupazioni fondamentali», l’Unhcr attacca il modello. Copenaghen comincia a lavorare con il Rwanda. Il progetto bilaterale verrà congelato nel gennaio 2023, ma non perché Frederiksen abbia cambiato idea: vuole trasformare l’esperimento danese in una politica europea.

Ed è proprio ciò che sta accadendo. Nel 2025 l’alleata decisiva diventa Giorgia Meloni. Tanto che la domanda su cosa sia diventata la socialdemocrazia nordica inizia a farsi strada in Europa.

A maggio Danimarca e Italia guidano nove Paesi nel chiedere una diversa interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sostenendo che le sentenze di Strasburgo rendano troppo difficile espellere stranieri condannati per reati gravi. A dicembre l’iniziativa raccoglie l’adesione di 27 Paesi del Consiglio d’Europa. «Dobbiamo poter espellere gli stranieri condannati per crimini gravi», dice Frederiksen. Anche qui la premier socialdemocratica non chiede semplicemente più controlli: mette in discussione il punto di equilibrio costruito dalle corti europee fra sicurezza collettiva e diritti individuali.

Nel gennaio 2026 il governo annuncia un altro irrigidimento: espulsione più sistematica degli stranieri condannati per reati gravi, braccialetto elettronico per alcuni irregolari che non rispettano gli obblighi di presentazione, riapertura dell’ambasciata a Damasco, un inviato speciale per i rimpatri e nuovi tentativi di creare centri fuori dall’Ue. Quando le viene fatto osservare che alcune misure potrebbero entrare in conflitto con la Convenzione europea, Frederiksen risponde che è proprio l’interpretazione della Convenzione a dover cambiare. Nei primi undici mesi del 2025 la Danimarca, sei milioni di abitanti, aveva concesso asilo a 839 persone.

L’apparente paradosso è che mentre Frederiksen sposta sempre più a destra la politica migratoria, nel giugno 2026 torna a guidare un governo più nettamente di centrosinistra. Le elezioni del 24 marzo sono state un colpo durissimo: i Socialdemocratici sono scesi da 50 a 38 seggi, il peggior risultato dal 1903. Dopo oltre due mesi di trattative, però, Frederiksen ottiene il suo terzo mandato consecutivo alla guida di una coalizione con Social-liberali, Sinistra verde e Moderati. Il nuovo programma torna a parlare il linguaggio classico della sinistra su welfare, trasporti, sanità e disuguaglianze. Su immigrazione e asilo, invece, non arretra.

Anzi. Il 19 giugno 2026 Frederiksen torna a chiedere insieme ad altri governi che l’Unione finanzi centri di rimpatrio e di accoglienza nei Paesi terzi, indicando anche l’accordo Italia-Albania come modello da sviluppare. Il primo agosto, dopo la crisi di Ceuta, è ancora lei, con Meloni, a promuovere la lettera firmata da 22 leader europei contro gli attraversamenti di massa e la «strumentalizzazione della migrazione». E oggi le due premier insistono nuovamente sui centri esterni e sull’idea che l’«immigrazione incontrollata» minacci sicurezza, servizi pubblici e fiducia dei cittadini.

La pagina sull’immigrazione del Partito socialdemocratico danese oggi potrebbe quasi essere scambiata per quella di un partito conservatore europeo: rivendica regole di espulsione portate «al limite», la contestazione dell’interpretazione «attivista» della Corte europea dei diritti dell’uomo, l’obbligo di lavoro per gli immigrati disoccupati, demolizioni nei quartieri delle società parallele, controlli temporanei alle frontiere e centri per richiedenti asilo fuori dall’Europa.

Eppure Frederiksen continua a sostenere che questa non sia una resa della sinistra alla destra. È, al contrario, la sua risposta alla crisi della socialdemocrazia. Il ragionamento è che il welfare universale richieda confini controllati; che la tolleranza funzioni soltanto se lo Stato è capace di imporre regole comuni; che lasciare alla destra il monopolio della paura dell’immigrazione significhi consegnarle gli elettori popolari.

Per anni il modello sembrò darle ragione anche elettoralmente. Nel 2019 il Partito popolare danese crollò mentre Frederiksen conquistava il governo. Ma le elezioni del marzo 2026 hanno complicato la leggenda del “modello danese”: mentre i Socialdemocratici registravano il peggior risultato da oltre un secolo, il Partito popolare danese risaliva al 9,1 per cento, quasi triplicando i consensi. Una parte della sinistra accusava Frederiksen di essersi spinta troppo a destra; una parte dell’elettorato anti-immigrazione continuava a preferire l’originale alla copia.

È forse questa la contraddizione più interessante della donna che governa la Danimarca dal 2019. Frederiksen ha vinto la battaglia delle idee molto più nettamente di quella elettorale. Dieci anni fa era una socialdemocratica accusata di inseguire i populisti perché votava la confisca dei gioielli ai profughi. Nel 2021 Bruxelles giudicava quasi irricevibile la sua proposta di mandare i richiedenti asilo fuori dall’Europa. Nell’estate del 2026 sono i governi europei a discutere di return hubs, Paesi terzi sicuri, espulsioni accelerate e revisione dei vincoli di Strasburgo.

Non è Mette Frederiksen ad essere tornata verso il centro. È il centro europeo che, sui migranti, le è andato incontro.

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