Morso dal cobra, e il cobra muore: Chuck Norris, ecco come nasce una leggenda

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Sono poche, pochissime le cose che l’Altissimo non è in grado di fare, e comunque per quelle poche c’era Chuck Norris. Anzi, c’è. Perché è vero, potrebbe sembrare che ieri si sia spento alle Hawaii a 84 anni per un malore, ma non è così: ha solo preso il posto di quello vestito di nero con la falce. D’altronde, già una volta la morte aveva avuto un’esperienza di preChuck Norris.

Dell’uomo è presto detto. Nasce nel 1940 in Oklahoma, timido, infelice, sfisicato, figlio di un padre alcolizzato che sparisce di casa per settimane. Compensa l’assenza del genitore con il testosterone dei film di John Wayne, Gene Autry, Roy Rogers: il cinema come pedagogia paterna. Si arruola in aeronautica, finisce in Sud Corea, scopre le arti marziali. Nel tempo diventerà cintura nera di qualsiasi cosa: karate Shotokan e Wado-Ryu, ju jitsu brasiliano, chun kuk do, taekwondo, tangsudo e via andare. Torna a casa, fa l’istruttore e finisce ad allenare Steve McQueen (sì, quello di Bullismo). Il quale per ringraziarlo gli apre le porte di Hollywood.

Nel 1972 Norris si ritrova faccia a faccia con Bruce Lee In L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidenteunico beneficiario dell’onore di perdere con dignità. La scena del combattimento nel Colosseo è anche la sola che si lasci ricordare in una carriera che comprende robe tipo Una magnum per McQuade, Rombo di tuono, Disperso in azione, Forza Delta, Invasione negli Stati Uniti, I mercenari 2. Film sinceramente brutti, nel senso più affettuoso del termine: facce di granito, dialoghi monosillabici, una morale giustizialista sempre uguale a sé stessa. Lui, l’eroe d’azione, entra in scena da una parte, i cattivi dall’altra e in mezzo succede qualcosa, che di solito ha a che fare con pugni e calci in grado di infrangere le leggi della fisica e della biomeccanica. Il suo personaggio è sempre lo stesso: silenzioso, burbero, giusto. Una sorta di Clint Eastwood steroideo e senza sigaro. Nel 1993 vendita a bordo della nuova serie Walker Texas Rangerdi cui è protagonista nei panni del ranger Cordell Walker. Stende i criminali a mani nude a centinaia, che al confronto Bud Spencer era Greta Thunberg. Nove stagioni, duecento episodi, decine di milioni di spettatori.

È il successo più grande della sua carriera, il suo canto del cigno come uomo. Perché dalla volta in cui un cobra lo morde e dopo dieci minuti di straziante agonia il cobra muore, Chuck Norris diventa mito. Un mito che sbocciò a metà anni Duemila, quando Internet ancora giovane e anarchico lo elegge a propria divinità minore. Su forum, blog, social l’attore diventa soggetto di una campagna di battute senza brand, strategia o padroni. Vignette fulminanti che di lì a poco ci saremmo abituati a chiamare meme. Erano nati i “Fatti di Chuck Norris”. Non barzellette, piuttosto una micro-mitologia in forma di aforisma, costruita su una logica tanto elementare quanto perfetta: si prende un assioma universale e lo si ribalta, sostituendone la causalità con la volontà dell’attore. Una forma di folklore digitale spontanea in tempi in cui l’algoritmo nemmeno esisteva.

Si scopre così che Chuck Norris è in grado di contare fino all’infinito, due volte. Che quando attraversa la strada lui, le auto guardano in entrambe le direzioni. E poi c’è l’influenza che ogni inverno si fa una dose di anti-Chuck Norris. Chuck Norris non guarda gli orologi, è lui che decide che ora è. E l’evoluzione darwiniana non esiste, c’è solo una lista di specie a cui Chuck Norris permette di vivere.

Gli 86 anni di Chuck Norris (coi guantoni): “Io non invecchio, salgo di livello”


La popolarità – improvvisa e inattesa, almeno in questi termini – sorprende e lusinga il diretto interessato, che arriva ad eleggere il suo meme preferito: «Hanno provato a mettere il volto di Chuck Norris sul Monte Rushmore, ma il granito non era duro abbastanza per la sua barba». Non a caso una delle poche battute legate alla mitologia fondativa americana, lui che coltivava dichiarate simpatie repubblicane. Alle presidenziali voterà per Trump, anche se in realtà fu Trump a candidarsi per essere eletto da Chuck Norris.

L’ultima cosa che aveva postato sui social – il 10 marzo, giorno del suo 86° compleanno – era un video in cui tirava di boxe con un trainer sotto il sole, e la scritta: «Io non invecchio, salgo di livello». Il mondo ha sorriso, come sempre quando lui diceva qualcosa. Solo che quella volta era vero, e poi non lo è stato più. Ma non c’è motivo di essere tristi, Chuck Norris non è morto sul serio: ha solo concesso all’universo una pausa per ripigliarsi.

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