Il 19 giugno del 2026 potrebbe esser ricordato come il giorno in cui, dopo mesi di agonia, è spirata l’internazionale nazionalista.
L’internazionale nazionalista è ovviamente un ossimoro. Come possono mai coordinarsi, i nazionalisti, se per definizione mettono l’interesse nazionale al primo posto? Ma poiché la storia non segue la logica, l’incoerenza teorica del progetto non implica di necessità che, in pratica, esso non possa funzionare. Implica però che farlo marciare sia assai difficile, richiede realismo, autocontrollo, capacità di elaborazione ideologica e grande abilità politica. Oltre a una buona dose di fortuna.
LE REAZIONI
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REDAZIONE WEB


In un mondo profondamente integrato come il nostro la politica attraversa ormai le frontiere nazionali. E allora la reazione nazionalista ai processi di integrazione planetaria è destinata allo scacco, se si produce all’interno di un solo Paese. O anche se, pur emergendo in vari luoghi, non riesce a coordinarsi su una scala per lo meno regionale. Insomma: gestire l’ossimoro è per i nazionalisti al contempo indispensabile e difficile. E questo vale perfino per il nazionalismo della superpotenza americana – figurarsi per quello di un Paese di medie dimensioni, membro dell’Unione europea e dell’Eurozona, come l’Italia.
Posta di fronte a questa contraddizione, nei suoi quattro anni di governo Giorgia Meloni ha cercato di scioglierla conciliando prospettiva nazionale e prospettiva atlantica. Ossia puntando su un Occidente composto di nazioni sì sovrane, ma che si riconoscano in un comune patrimonio di valori e collaborano strettamente nel difenderlo e promuoverlo. Un quadro nel quale il sovranismo italiano possa trovare il suo spazio, ma all’interno di una più vasta cornice sovranazionale che ne limiti i costi e moltiplichi le risorse.
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Questa strategia doveva valere anche nei confronti dei partner europei. L’atlantismo del presidente del Consiglio e la sua azione nell’Unione e nel Vecchio Continente sono spesso stati presentati come due percorsi divergenti. Si sono moltiplicati gli invitati a scegliere l’uno o l’altro. Ma, a ben vedere, la strategia era una sola. Mettendosi in continuità con un’antica tradizione di politica estera italiana, Meloni ha cercato di rafforzare la Penisola sui tavoli europei, ai quali ha partecipazione quasi sempre e in maniera costruttiva, facendo forza sull’atlantismo. La relazione privilegiata con Washington è stata anche una carta negoziale da giocare con la Germania e soprattutto la Francia.
Oggi quella carta non c’è più. Lo scontro di ieri, d’altronde, non è un fulmine a ciel sereno: arriva dopo quello del 13 aprile scorso, quando Meloni aveva definito inaccettabili le parole di Trump contro Papa Leone XIV e il presidente americano aveva restituito l’aggettivo al mittente. Ieri la presidente del Consiglio ha dovuto rispondere al magnate con la massima durezza, per evidenti ragioni di dignità nazionale. Ma ha cercato ancora una volta di saldare nazionalismo e occidentalismo, e di restare così coerente con la propria linea, accusando Trump di tradire la solidarietà transatlantica. Una strategia comprensibile sul piano retorico ma strutturalmente fragile: quella solidarietà non può esistere senza gli Stati Uniti. E comunque da oggi l’Italia è certamente più debole – anche sui tavoli europei, per le ragioni già illustrate.
Le conseguenze del 19 giugno, infine, potrebbero trascendere i rapporti fra gli Stati Uniti e la Penisola. L’idea che prenda forma un’internazionale nazionalista incardinata sul movimento Maga subisce un colpo dal quale sarà molto difficile si riprenda. Una volta di più, Donald Trump conferma di essere un alleato strutturalmente inaffidabile. Il suo nazionalismo resta il prodotto di una crisi reale dell’ordine individualista e globalista scaturito dagli anni Sessanta e giunto allo zenit nei Novanta del Novecento, il sintomo di una malattia preesistente, non il germe che l’ha causata. Ma il trumpismo dimostra di non avere la più pallida idea di come quell’ordine possa essere sostituito, o quanto meno riformato. La distruzione è a uno stadio ormai avanzato, eppure di un possibile processo di ricostruzione non si vede ancora il minimo segno.
gorsina@luiss.it
