Perché l’Antitrust ha avviato un’indagine su Apple per iCloud
È proprio uno degli obblighi di interoperabilità previsti dal regolamento ad aver attirato l’attenzione dell’Antitrust su Apple. Secondo il Digital Markets Act, infatti, tutti i servizi cloud concorrenti hanno il diritto di accedere gratuitamente alle stesse componenti hardware e software utilizzate da iCloud. Stando alle segnalazioni pervenute all’Agcm, invece, questo non avviene nel caso del backup completo di iPhone e iPad.
“La condotta di Apple costringerebbe l’utente finale, dunque, ad avvalersi del servizio cloud di Apple (e potenzialmente anche sottoscrivendo un abbonamento iCloud+) per effettuare il backup integrale delle app, dei messaggi e delle impostazioni, e – impedendo di utilizzare altri servizi cloud per conto finalità – ciò disincentiverebbe il ricorso ai servizi cloud concorrenti“, si legge nel provvedimento dell’Antitrust.
Quanto valgono i servizi cloud per Apple
Il tema è tutt’altro che marginale, sia per l’esperienza dell’utente sia in termini puramente economici. In Europa nel 2025 il settore dei servizi di archiviazione nel cloud ha raggiunto un valore pari a circa 30,3 miliardi di euro e superare potrebbe i 36 miliardi nel corso di quest’anno. Sui 361,3 miliardi di fatturato netto globale di Apple nel 2024, circa i tre quarti arrivavano dalla vendita dei dispositivi e il resto da servizi come Apple Music, Apple TV e iCloud. Lo spazio di archiviazione gratuito, infatti, arriva fino a un massimo di 5 GB: oltre questa soglia bisogna attivare un piano a pagamento.
E ora? Verrà avanti l’indagine dell’Antitrust su Apple
Per ora stiamo parlando di un’indagine in corso, non di una condanna. A partire dalla notifica del provvedimento, Apple ha 60 giorni di tempo per chiedere di essere ascoltata. Raccolti tutti gli elementi utili, l’Agcm chiuderà il procedimento entro il 31 marzo 2027 e trasmetterà i risultati alla Commissione europea. Il mercato digitale agisce, infatti, dice chiaramente che le autorità nazionali fungono da “braccio destro”, ma è solo la Commissione a poter accertare violazioni e imporre sanzioni o misure correttive. Indipendentemente dal risultato, è comunque un precedente importante dato che è la prima volta in cui l’Antitrust italiana usa gli strumenti messi a disposizione dal Digital Markets act per vigilare su una big tech.
