Una stella sulla terra. Intervista a Francesco Sciortino di Proxima Fusion, la startup che investe sulla fusione

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Ci racconta un poco di lei, di come è arrivato fino a qui?
Vengo dalla campagna viterbese. Mio padre è fisico, lavorava all’agenzia nazionale Enea; mia madre all’Arpa, l’ente nazionale per la protezione dell’ambiente. Sono cresciuto lontano dalla tecnologia, circondato da alberi di nocciole. Poi c’è mia sorella Anna, di qualche anno più grande: laureata a Cambridge, master alla Sciences Po di Parigi (una delle migliori università al mondo per gli studi politici e internazionali, ndr), oggi lavora per l’Unione europea. Quando avevo 14 anni, ha vinto una borsa di studio molto competitiva ed è partita per Hong Kong. È stata proprio l’ispirazione che mi ha dato lei a spingermi a dare sempre il massimo.

Si è formato largamente all’estero, a partire da un periodo nella sperduta provincia del Nord dell’Inghilterra, quando non era ancora maggiorenne. Che cosa l’ha spinta a queste esperienze?
Passare quel periodo nel Lake District a 17 anni è stato tosto, dall’ambiente al clima fino a relazionarmi con i miei coetanei locali, ma ho voluto seguire un percorso analogo a quello di mia sorella. Arrivato lì, il mio livello di inglese era piuttosto basso: non capivo molto di quello che dicevano i miei compagni di scuola quando azzardavano le prime battute. Non saper scherzare, non saper socializzare è difficile, ma è una bella palestra di formazione. Poi l’Imperial College a Londra, uno scambio a Losanna, un’estate a Princeton, il dottorato al Mit di Boston… Non ho mai pianificato un percorso “internazionale”, a dirla tutta: ho sempre inseguito il posto dove si faceva la ricerca più interessante. Questa mentalità mi ha poi portato a cofondare Proxima, alla ricerca del massimo impatto possibile.

Mi piace scoprire le cose”, rispondeva in modo celebre Richard Feynman a chi gli chiedeva se volesse decodificare le leggi ultime del cosmo. Da dove viene, invece, la sua passione per la fisica?
Non è stata una folgorazione astratta davanti a un libro. Mi è sempre piaciuta la matematica, ma con il tempo mi sono innamorato delle sue applicazioni. Poi, durante gli anni del corso di laurea all’Imperial College, nel seminterrato dell’edificio, ho scoperto la fusione. Nel laboratorio del generatore Magpie c’erano quattro condensatori enormi che sparavano un megaampere di corrente su un piccolo bersaglio metallico. Quando arrivava tutta quella corrente, il metallo si dissolveva in una zuppa di nuclei ed elettroni, e durante le lezioni si sentiva l’edificio tremare. Non si può restare indifferenti a una cosa del genere. Quella è stata la mia prima vera passione: la fisica ai limiti della materia come la conosciamo. Poi a Losanna, al terzo anno di università, ho lavorato per la prima volta su un Tokamak e lì ho capito che la fusione era la mia missione, che sarei andato alla ricerca di modi per sviluppare una stella in laboratorio.

Ci racconta questo colpo di fulmine?
Ho passato diversi mesi a lavorare nel centro di fusione del Politecnico di Losanna, interessandomi alla scienza della materia calda (i cosiddetti plasmi) e della misurazione del plasma a milioni di gradi attraverso spettrometri, gli strumenti per rilevare la luce emessa da quella materia ionizzata. Tecnicamente è complesso, ma quello che mi attraeva maggiormente non era la difficoltà quanto il senso di lavorare su qualcosa di elusivo, una forma di materia che niente sulla Terra può contenere in modo diretto. È per questo che utilizziamo campi magnetici: per sospendere la materia calda nel vuoto, con un contatto minimo con i materiali solidi. Dopo aver esplorato vari argomenti, tra astrofisica e fusione, ho scelto la fusione, perché era quella la missione per me più grande. Da quel momento non ho mai smesso di lavorarci.

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