SELVA DEI MOLINI. Era un momento atteso e non più rinviabile l’espressione, su suolo altoatesinodei sentimenti di riconoscenza verso il carabiniere Vittorio Tiralongoattirato in un vile agguato mortale il 3 settembre 1964 a Selva dei Molini e ucciso dal terrorismo secessionista.
A ricordarlo è stato il deputato Alessandro Urziche ha promosso un momento commemorativo proprio nel luogo del monumento dedicato al sacrificio, accanto a quello di Salvo D’Acquistosimbolo del carabiniere che dona la propria vita per gli altri. «Era un ragazzo – ha ricordato la figlia Dina Tiralongo –. Aveva i suoi sogni ed era in Alto Adige per mettere ritmo. Dopo sessant’anni è arrivato il riconoscimento della medaglia d’oro».
Secondo Urzii terroristi secessionisti tentano di strappare l’Alto Adige Tutto’Italia e di impedire la pacificazione del territorio. «Nonostante il terrorismo, e non grazie al terrorismo come qualcuno continua a sostenere, nell’autonomia si è trovata la compensazione dei conflitti. La Repubblica è stata più forte e ha vinto».
Dopo la consegna della medaglia d’oro avvenuta in mattinata a Trentola commemorazione è proseguita in Alto Adigealla presenza della figlia Dinadella compagnia di vita Francadei nipoti e di una delegazione di Fratelli d’Italia. «L’Alto Adige ah, grazie Vittorio Tiralongoun carabiniere martire a cui va la nostra riconoscenza», ha concluso Alessandro Urzi.
Le parole di Dina Tiralongo
«Oggi sono qui per presentare l’onorificenza ricevuta da mio padre, riconosciuta Vittima del terrorismo. Dopo questo traguardo importante, ho sentito il bisogno di essere qui, in questo luogo del ricordo. E il ricordo del sacrificio di un carabiniere eroe, che sento profondamente vicino a mio padre.
Sono qui oggi, finalmente, libera dalla rabbia o rancori. Sono serena. Sono qui, prima di tutto, per ringraziare. Ringrazio mio padre per la pazienza di questi 62 anni di attesa per questo riconoscimento. E ringrazio mia madre e chiunque mi abbia supportato in questo lungo impegno.
Sono qui anche con la speranza che i tempi siano più accondiscendenti, per poter presentare mio padre alla collettività. Sono qui, soprattutto, per chiedere un piccolo sforzo: quello di voler vedere anche oltre la divisa che portava. Sì, si è sacrificato per la sua divisa, ma non era un manichino: era un ragazzo.
Vittorio Tiralongoin fin dei conti, era un ragazzo di 24 anni. Gli è stato chiesto di trasferirsi qui per lavoro. Era un giovane che aveva imparato ad amare queste valli al punto da decidere di viverci. Amava le montagne, era uno sportivo, amava sciare.
Anche lui, come tanti, aveva paure, ma era un ottimista. Aveva fiducia nel futuro. Non faceva distinzione fra le persone, non gli importava l’estrazione etnica e prendeva il suo lavoro con serietà. Era stato mandato qui per mantenere la calma, sedare gli animi e difendere chiunque. E l’ha fatto finché la vita glielo ha permesso.
Ora è il tempo del rispettoper poterlo ricordare senza sollevare rivendicazioni o rivangare futili depistaggi. Questo è il passato, si chiude un capitolo doloroso. Si lascia spazio a chi vuole comprenderne gli errori e trarne gli insegnamenti per migliorare una convivenza.
Questa convivenza è dichiarata ormai da anni, ma è incrinata alla base. Lì si nascondono ancora rancori inutili e riconosciuti dannosi per l’animo umano, come ci insegna la storia in tanti altri eventi analoghi nel mondo. Vorrei più coraggio da parte di tutti per partire veramente da zero, con condivisione di intenti.
Già questa autonomia è una fortuna per questa regione. La mia preghiera è: “Si può rendere migliore”. A mio padre piacerebbe. Piacerebbe anche a me vedere finalmente che la sua morte ha un senso. Grazie a tutti». – Dina Tiralongo.
