Belém, Brasile – Nelle strade di Belém, nei giorni scorsi migliaia di indigeni, e non solo, hanno marciato per chiedere la demarcazione delle terre indigene la”demarcazione” delle terre indigene. Una richiesta accolta lunedì 17 novembre durante la Giornata dei popoli indigeni alla Cop30, la conferenza sul clima, da parte del governo brasiliano. Il riconoscimento ufficiale ha riguardato nuovi territori indigeni.dieci. Un gesto arrivato proprio nelle ore e nel luogo in cui la comunità internazionale sta cercando di trovare soluzioni agli annunci fatti negli anni precedenti sulla necessità di limitare l’aumento della temperatura media globale. Il Brasile, con questo gesto solo in parte simbolico, sembra aver voluto indicare la strada per una strategia climatica più efficace, mettendosi al centro la protezione delle foreste e dei territori indigeni.
Con le ordinanze di demarcazione firmate dal ministro della Giustizia e della Sicurezza pubblica, Ricardo Lewandowski, in coordinamento con la ministra dei Popoli indigeni Sonia Guajajarala lista dei terreni ora di proprietà degli indigeni si allunga. In due anni l’amministrazione guidata da Lula ne ha concesso 21 demarcazioniprima di Lula, il vuoto.
Una promessa mantenuta
Dietro alle ordinanze di demarcazione come quelle appena firmate dalla ministra Guajajara a Belém, c’è il riconoscimento istituzionale del diritto indigeno al controllo delle terre e la definizione dei loro confini territoriali. Questo processo si sviluppa attraverso fasi successive che richiedono atti amministrativi della Fondazione nazionale per i popoli indigeni (Funai), che fa capo al ministero della Giustizia e alla presidenza della Repubblica. La decisione finale spetta, dunque, al presidente che, attraverso un decreto attuativo, concede il titolo definitivo alla comunità indigena.
Una volta riconosciute, queste aree godono di protezioni legali che vietano l’attività mineraria, la deforestazione e limitano l’agricoltura a scopi commerciali, quindi a sua volta causa del taglio di alberi. Tuttavia, l’applicazione di queste protezioni non è sempre garantita, come ha dimostrato l’ex presidente Jair Bolsonaro. Durante il suo mandato, infatti, aveva attivamente promosso lo sfruttamento minerario delle terre indigene, sostenendo anche la teoria del Marco Temporale, poi per fortuna respinta dalla Corte suprema brasiliana, secondo la quale si intendeva terra indigena solo quella che si poteva dimostrare legalmente come abitata dopo il 5 ottobre 1988, data dell’entrata in vigore della Costituzione brasiliana, ignorando così le eventuali espulsioni forzate che questi avevano subito in precedenza o avrebbero subito di conseguenza. Rispetto al passato, quindi, con i dieci nuovi riconoscimenti, la presidenza Lula segna un cambio di rotta anche internomostrando un impegno concreto verso un’agenda climatica inclusiva e imprescindibilmente intrecciata ai diritti umani. Una decisione che infonde speranza a quelli come Vitor Vulga dos Santosattivista della Comunità indigena di Mundancas climaticasono convinto che lo spettro del Marco Temporale ancora minacci i diritti dei popoli brasiliani: “Per questo le negoziazioni alla Cop30 sono importanti per noi – spiega a Cablato – perché possono rompere tutte le barriere”.
