Non possiamo perdere la capacità di parlarci

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La civiltà ha versato il sangue dei martiri perché esistevano i Parlamenti, ove gli uomini si parlano e si ascoltano anziché combattere con la violenza. La politica è imperfetta, spesso deludente, ma è la nostra dignità ed è la nostra grande speranza: di continuare a parlarci, ascoltarci e cercare di capirci, per riconoscerci fratelli anziché nemici.

Sabato scorso la parola è stata umiliata dal disastro della guerriglia che ha sfigurato la Valle di Susa, una valle di donne e uomini generosi, innamorati delle loro montagne. Avrebbero il diritto di continuare a spiegare perché non approvano i cantieri dell’alta velocità ferroviaria; così come hanno il dovere di ascoltare chi la pensa diversamente, esprimendo il dissenso in tutte le forme legittime ma riconoscendo, sempre, la legittimità di quanto viene deciso attraverso il voto democratico. Sennò a cosa servire votare?

Il messaggio della violenza è drammatico e inquietante perché dichiara che votare non servire a nulla. È tristissimo perché esprime sfiducia negli uomini e comunica rassegnazione: dice che guardarsi negli occhi, cercare di capirsi e riconoscersi è una cosa inutile. La violenza è certamente contraria al Vangelo ed è l’anticamera delle dittature, dove non conta la maggioranza ma la prepotenza.

Penso che la politica e la società civile abbiano la grande e intatta possibilità di rispondere proprio con lo strumento che ci rende esseri umani, quello che ci distingue dagli esseri infra-umani: la parola. In questi giorni essa dovrebbe essere chiara e definitiva da parte di chiunque abbia il compito della politica e dunque di portare a livello del confronto della parola qualunque genere di conflitto: la guerriglia che ha deturpato la Valle, che ha portato distruzione e ferito decine di uomini della polizia, è terrorismo e non merita nessuna comprensione.

Occorre poi un grande sforzo di conversione da parte di tutti per non fermarci qui, sarebbe ipocrita. Dovremo da domani riconoscere che c’è una violenza che dà l’assalto ai cantieri e ad altre realtà del mondoma c’è anche tanta violenza verbale in circolazione e non contribuisce a spegnere il fuoco, anzi. Questo livello della violenza dipende da tutti.

Il dibattito pubblico è sempre più aggressivo, sempre più prepotente e sprezzante in Italia e nel mondo. Cosa aspettiamo ad abbassare i toni? Come possiamo credere che la violenza delle parole non passi mai alle mani? Si deve forse pensare che la violenza verbale sia in verità voluta da chi scommette sulle contrapposizioni?

Dal Papa Leone stiamo ascoltando l’invito evangelico a «disarmare» le parole, perché non esiste probabilmente un altro modo di vivere insieme. Non esiste altra strada del ritorno a una politica disarmata.

Ma occorre, allo stesso tempo, eliminare un’altra più radicale ipocrisia: quella che ci impedisce di vedere che la parola è davvero dia-logo, solo se è condita dalla fiducia nell’altro, dal desiderio di ascoltare la parola altrui, da una ricerca autentica di verità. Senza ciò la democrazia si riduce a mera procedura e prima o poi muore. Lo ha intuito e insegnato Jürgen Habermas, che ci ha lasciato pochi mesi fa. È tempo non solo di parlare, ma ci ridare senso e scopo alle parole. Un compito che ci responsabilizza tutti.

*Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa

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