C’è qualche progetto che è rimasto chiuso in un cassetto?
No, perché se un film non è stato realizzato quando è stato scritto, un motivo c’è sempre. Qualche rammarico, però, c’è stato. Ci sono sceneggiature in cui credevo molto e che, se fossi riuscito a realizzarle allora ci avrei messo tutto me stesso. Ci sono progetti che mi sarebbe piaciuto fare. Ma c’è una grande differenza tra un film scritto e un film preparato. Quando scrivi una sceneggiatura sei da solo, o al massimo con un’altra persona, e costruisci una storia. Poi comincia la preparazione: cerchi il cast, le location, i finanziamenti. Devi rinunciare a qualcosa, altre cose invece si aggiungono. Ed è proprio in quella fase che il film si arricchisce e prende davvero forma. Le sceneggiature che sono rimaste nel cassetto non hanno mai vissuto tutto questo. Sono rimaste pagine scritte, e basta. Non mi è mai venuta voglia nemmeno di pubblicarle, perché sarebbe un’altra cosa. A me interessava fare film, non libri o romanzi. Mi sarebbe mancata proprio la parte più bella: quell’improvvisazione che nasce durante la preparazione e che trasforma una sceneggiatura in un film
Perché Buster Keaton è il personaggio che cita sempre nella sua crescita di regista?
Su Buster Keaton ho riflettuto soprattutto negli anni successivi. Da bambino vedevi Stanlio e Ollio, Buster Keaton, Chaplin alla TV dei ragazzi, ma nessuno ti spiegava chi fossero. Solo dopo ho capito quanto fossero diversi. Keaton era profondamente cinematografico: il movimento della macchina da presa, le corse, le scenografie gigantesche. Chaplin, invece, aveva un’impostazione più teatrale, anche perché era produttore di se stesso e controllava ogni dettaglio. La sua forza era soprattutto la pantomima. Keaton faceva film muti, ma erano già spettacolari: metteva la macchina da presa su un treno, faceva crollare una casa, scatenava un tornado, una valanga di massi. Sono scene che farebbero tremare i polsi anche uno scenografo di oggi. Per lui il cinema era questo: movimento, spettacolo, invenzione. Stanlio e Ollio, invece, hanno costruito un’altra comicità: quella della coppia, del dialogo, dei tempi comici tra due personaggi. Hanno inventato un linguaggio completamente diverso. Io mi sono sempre sentito più vicino a Keaton. Mi è sempre piaciuto correre. Ho sempre pensato che una corsa, un movimento o un gesto facessero ridere più di una battuta. Non sono mai stato un fumetto di battute. Se la gente si ricorda i miei film, credo che li ricordi soprattutto per le situazioni. E questo mi fa piacere, perché il cinema, prima di tutto, è immagine e movimento.
