Il telescopio Pandora è partito. L’11 gennaio 2026, dalla base spaziale di Vandenberg in California, un razzo SpaceX Falcon 9 ha portato in orbita questo nuovo, ottavinoma ambizioso protagonista dell’esplorazione spaziale. Nonostante le sue dimensioni ridotte, Pandora promette di diventare un alleato indispensabile per i giganti dello Spazio come James Webb e di cambiare il modo in cui studiamo le atmosfere degli esopianeti.
Che cos’è il telescopio Pandora?
Gestito dal Goddard Space Flight Center della Nasa, in collaborazione con istituti come il Lawrence Livermore National Laboratory e l’Università dell’Arizona, Pandora è classificato come uno Piccolo sabatoossia un satellite di piccole dimensioni, ed è progettato per una missione specifica: studiare le atmosfere degli esopianeticioè pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal Sole, e l’attività delle loro stelle ospiti.
Mentre i grandi telescopi, come il Telescopio spaziale James Webbspesso cercano nuovi mondi, Pandora si concentrerà su circa 20 pianeti già scoperti da altre missioni, analizzandoli con una profondità e una pazienza senza precedenti durante il suo primo anno di operazioni scientifiche.
Come funziona ea cosa serve Pandora?
Il telescopio ha lo scopo di osservare i pianeti mentre passano davanti alla loro stella (metodo del transito). Durante questo passaggio, la luce stellare filtra attraverso l’atmosfera del pianeta e Pandora, grazie alle sue telecamere sensibili alla luce visibile e infrarossapercepisce le differenze e deduce dallo spettro luminoso la composizione dell’atmosfera dell’esopianeta. La ricerca si concentrerà, in particolare, sulla presenza di sostanze, come idrogeno e vapore acqueoche possono suggerire il grado di abitabilità e l’eventuale presenza di forme di vita per come la conosciamo.
Rimuovere il rumore
Il compito principale di Pandora, però, è risolvere un problema che fa arrovellare gli astronomi: il effetto della sorgente luminosa di transito. Le stelle, infatti, non sono sfere di luce perfetta e costante: presentano le cosiddette macchie stellaricioè regioni più fredde e attive che possono confondere le misurazioni. Queste macchie possono, per esempio, contenere esse stesse vapore acqueo, inducendo i ricercatori a credere di aver trovato acqua nell’atmosfera del pianeta, quando in realtà appartiene alla stella.
Per correggere l’errore, Pandora è programmato per osservare la stella per 24 ore consecutivetornando a spiarla 10 volte in un anno (per un totale di circa 240 ore di osservazione per ogni target). Questo lo permette mappare la rotazione delle macchie stellari e di ripulire i datidistinguendo con certezza i segnali del pianeta da quelli della stella. È un lavoro di precisione essenziale per identificare mondi potenzialmente abitabili (no, non cercherà direttamente gli “alieni”) e per elimino falsi positivi nella ricerca di segnali biologici.
Pandora, fratello minore di James Webb
In orbita ci sono già alcuni “giganti” dello Spazio. Tra i più recenti ed evoluti c’è il James Webb Space Telescope. E allora, perché realizzare un telescopio più piccolo e meno performante come Pandora? In una parola: sinergia. Webb possiede una potenza senza pari, ma è molto richiesto: raramente torna sullo stesso obiettivo con la stessa configurazione e quasi mai monitora una stella per tempi lunghi. Pandora, invece, offre la costanza necessario per fornire un Webb dati già filtrati dalle interferenze stellari. Senza questo contributo, il potenziale di Webb soprattutto nello studio dei piccoli esopianeti rocciosi, dove è più probabile trovare la vita, rimarrebbe in parte inespresso.
Il programma Pionieri: un nuovo modello per la Nasa
Pandora fa parte del programma Pionieri dell’astrofisica della Nasa, un paradigma diverso rispetto ai progetti convenzionali dell’agenzia spaziale statunitense. A differenza dei progetti pluridecennali, le missioni Pionieri sono progettati per essere veloci ed economiche (Pandora è stato costruito in tempi brevi ea un costo contenuto rispetto ai miliardi di dollari impiegati per Webb), con l’obiettivo di rispondere a domande scientifiche urgenti. Questo approccio permette di sperimentare tecnologie innovative e di lanciare strumenti specifici che completano le missioni principali senza gravare eccessivamente sui bilanci, ma richiede di mantenere il design semplice e di accettare rischi leggermente superiori rispetto agli standard abituali della Nasa.
