Raccontare i ragazzi di oggi, Gen Z e Gen Alphavieni una generazione smarrita è ormai consuetudine. Giovani e adolescenti vengono genericamente descritti come troppo fragili, troppo esposti, troppo insicuri; dipendenti dai social, schiacciati dall’ansia, incapaci di tollerare la frustrazione e affrontare i fallimenti, confusi sul proprio corpo e la propria identità. Una narrazione perennemente in bilico tra il moralismo, il paternalismo e la nostalgia per un’adolescenza “autentica” che forse non è mai davvero esistita.
Nel suo nuovo libro Adolescenti intelligenti (Mimesis, €12), lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet prova a ribaltare completamente questa prospettiva.
E lo fa con l’autorevolezza di chi osserva adolescenti da oltre cinquant’anni, nel corso dei quali ha fondato realtà come l’Istituto Minotaurocentro milanese dedicato allo studio e al supporto dei ragazzi e delle loro famiglie. La tesi di Charmet è semplice e radicale allo stesso tempo: gli adolescenti contemporanei non sono “peggiori” o più deboli delle generazioni precedenti, sono intelligenti in un modo tutto nuovo. Ossia: non nel senso tradizionale della performance e del rendimento, ma per la capacità di esplorare sé stessi, nominare le emozioni, interrogarsi sulla propria dimensione più profonda, cercare relazioni autentiche e meno conflittuali o gerarchiche. “Hanno imparato ad esprimere ogni minima vibrazione del loro sentire“, scrive nel suo saggio l’esperto. Persino quella che gli adulti chiamano con sospetto “fluidità di genere”, nel libro viene inteso come “una forma originale di accesso alle sorgenti simboliche profonde del maschile e del femminile” e non come sintomo di uno smarrimento.
È questo il punto più interessante del saggio: Charmet non nega il disagio adolescenziale – sarebbe impossibile farlo – ma rifiuta l’idea che ogni trasformazione deve essere automaticamente interpretata come un problema. Secondo lo psichiatra, invece, molti comportamenti che gli adulti leggono come segnali di crisi possono essere interpretati come il risultato di un cambiamento culturale profondo che riguarda il modo di vivere le relazioni, il corpo, l’autorità e anche la scuola.
Nel capitolo dedicato all’educazionead esempio, il bersaglio non sono gli studenti, ma un sistema scolastico è rimasto fermo mentre tutto il mondo intorno cambiava. “La scuola attuale è in crisi perché non si è mai evoluta“, scrive diretto Charmet. I ragazzi, sostenendo, non sopportano più un modello basato sul timore, il giudizio e la pura prestazione. Ma non per questo rifiutano il sapere, semmai rifiutano il dispositivo disciplinare attraverso cui viene imposto. È un passaggio che colpisce perché arriva in un momento storico in cui la retorica pubblica sembra andare nella direzione opposta: si moltiplicano gli allarmi sui giovani violenti e “senza limiti” e, di conseguenza, si oscilla tra la nostalgia dell’autorità e il desiderio di maggior controllo. Più voti, più disciplina, più punizioni, più divieti. Charmet, invece, propone qualcosa che è quasi oltreraggioso se paragonato al clima attuale (ma che lui definisce idilliacamente “un sogno”): un’alleanza educativa fondata sulla collaborazione fra generazioni. Una scuola meno caserma e più “stanza delle parole”, dove docenti e studenti possano riconoscersi reciprocamente, “per governare l’energia e l’entusiasmo dei giovani verso lo studio autonomo, motivato e creativo“.

