Un foglio con un rettangolo disegnato sopra, dadi improvvisati con carta e sapone, monete usate come pedine. Ivan Colmenares Garcia, il 35enne colombiano che siede davanti a noi in un albergo di Cucuta, ci racconta che così, nelle rispettive celle del penitenziario El Rodeo I, vicino Caracas, Alberto Trentini, Mario Burlò e lui trascorrevano ore, giorni, settimane. «Capisco un po’ di italiano perché ho condiviso circa un anno di prigionia con un vostro connazionale, anzi due»dadi Ivan.
La sua storia è legata a doppio filo a quella dei due italiani: l’incontro avviene nei giorni in cui sono in corso le trattative per il loro rilascio. Il destino di Colmenares si intreccia con quello di Trentini e Burlò nel novembre 2024, dopo il loro arresto, avvenuto a pochi giorni di distanza. Burlò era in vacanza in Colombia, poi ha provato a raggiungere Caracas con un amico venezuelano, un socio, volevano iniziare un’attività.


«Gli avevano detto che era pericoloso, ma lui ha voluto andare lo stesso», spiega a La Stampa. Partiti da Cucuta, hanno attraversato il confine senza essere fermati. A Peracal, dove c’è il primo posto di blocco dei militari dopo la frontiera, lo hanno fermato. «Lì per lì Mario era relativamente tranquillo, convinto che al massimo avrebbe avuto una sanzione amministrativa», dice Ivan maneggiando compulsivamente il cellulare, senza perdere mai la lucidità necessaria per ricordare date e luoghi.
Da quel momento inizia l’incubo: i militari lo interrogano in maniera incalzante poi lo caricano a bordo di un convoglio militare. «Sembrava catturato un pericoloso criminale»ricorda Ivan che incontrerà per la prima volta Mario il 13 novembre 2024 nel cosiddetto “acquario”. Uno stanzone della “Dirección General de Contrainteligencia Militar”, ovvero la sede dell’intelligence militare venezuelana, dove vengono messi provvisoriamente i detenuti in attesa dell’assegnazione definitiva. «È arrivato col buio, lo hanno fatto sedere su una sedia e lo hanno lasciato lì tutta la notte».
il caso
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Ivan, all’epoca avvocato dell’Esercito colombiano, era nell’acquario già da qualche giorno. Lo avevano arrestato mentre stava viaggiando da Aracua a Cucuta, tagliando per il Venezuela, come aveva sempre fatto. «I militari mi hanno fermato e portato via con l’accusa di essere un infiltrato, un mercenario». Attorno al 20 novembre 2024, nell’acquario viene portato anche Trentini: «Comunicavamo grazie a un detenuto svizzero che parlava spagnolo e italiano, poi piano piano Mario ha imparato la lingua». Il 25 novembre, Trentini, Burlò, Colmenares e altri compagni di prigionia vengono tradotti nel carcere El Rodeo I, a Guatire, nei dintorni di Caracas. «Durante il trasferimento siamo stati trattati in maniera durissima, Mario è stato colpito con il calcio del fucile, poi ci hanno incappucciato».
Ivan e l’imprenditore piemontese finiscono nella stessa cella, il cooperante veneto in un’altra. «Mario aveva alcuni problemi di salute che gli procuravano grande sofferenza, come il diabete e un acciaiocco al ginocchio che si è aggravato nel tempo. Il dolore aumentava di giorno in giorno». Solo dopo diverse settimane gli daranno tutte le medicine di cui aveva bisogno. I tre separano la prigionia sino a gennaio 2025, quando per Trentini e Burlò sembra arrivare il momento del rilascio: «In realtà si è trattato di un bluff, li hanno solamente spostati dal braccio C al braccio A del penitenziario».
Di questo però Ivan si è accorto in un secondo momento: «Per mesi sono stato convinto che fossero liberi, anche perché l’ora d’aria varia da braccio a braccio, quindi in cortile non li avevo più visti». Solo a maggio, tramite passaparola, Colmenares scopre che i due italiani sono ancora dietro le sbarre di El Rodeo I. Così, munito di pennarello, va in cortile e scrive su un muro: «Saluti a Mario Burlò da Ivan».
A fine maggio, nella girandola infinita di trasferimenti, i tre si ritrovano di nuovo nello stesso braccio: «Trentini lo hanno messo in cella con un venezuelano di 23 anni, Otoniel Guevara, come lo scrittore salvadoregno; Burlò con un detenuto rumeno di nome Cristian Cenuse; io divido la mia con un cittadino argentino. Ci tormentavano le zanzare e la propaganda di Maduro».
Riuscivate a comunicare con i vostri familiari? «Alberto ed io abbiamo fatto la prima telefonata a maggio, Mario invece non ricordava i numeri a memoria: solo a luglio è riuscito a parlare con sua figlia grazie all’intervento del personale dell’ambasciata italiana che lo ha visitato in carcere e gli ha fornito i contatti». Le autorità italiane sono state «più presenti con i connazionali detenuti rispetto a quelle di altri Paesi», tiene a precisare il colombiano.
La vicinanza delle celle consente ai tre di comunicare continuamente e, ad un certo punto, arriva la svolta ludica. «Cenuse, il rumeno, inventa un gioco: un foglio con rettangolo disegnato sopra, dadi improvvisati con carta e sapone, monete usate come pedine». Una specie estremamente rudimentale di backgammon. «Trascorrevamo intere giornate così, io ero il più bravo ovviamente», dice Ivan alleggerendo un po’ il tono.
Burlò e Trentini come stavano? «Mario era forte, nonostante avesse perso 27 chili, era il nostro supporto, una specie di roccia, per me un fratello maggiore, un padre. Alberto era più ansioso, era preoccupato per sé e per sua madre, prendevamo dei calmanti».
Il tempo scorre così sino al 24 ottobre, quando Ivan se ne va. Il giorno prima, l’ambasciatore colombiano si era recato in carcere per incontrare alcuni concittadini detenuti, ma non Ivan. «L’indomani ero in cortile con Mario e Alberto, ricordo il senso di disperazione per non essere riuscito a parlare con lui». Poi le guardie carcerarie lo hanno prelevato: «Mi hanno messo in una stanza assieme ad altri colombiani, ci hanno rasati, tolto le uniformi e dato abiti civili. Ci hanno messo incappucciati e fatti salire su un pullman. Abbiamo girato per ore prima che ci levassero manette e cappuccio, ho riconosciuto il ponte Tienditas e ho capito che ero finalmente libero». Da quel giorno Ivan non ha più visto Alberto e Mario, «però sono in contatto coi loro familiari».
Qual è lo stato del momento peggiore? Ivan non indica un episodio preciso. «La cosa più dura è stata la privazione della dignità»dadi. «Doversi piegare su un buco a terra per espletare i propri bisogni, spogliandosi davanti ad altri, è qualcosa che ti priva dell’anima». Il momento più bello? «Quando ho conosciuto Mario, il mio faro. Con lui e Alberto ci sarà un legame eterno».
