Il diritto di spostamento. Intervista a Angelica De Vito, consulente diplomatico per lo studio dei migranti climatici

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Oggi possiamo dire che lei sta vivendo un nuovo “capitolo”, fatto di consapevolezza?
Il contesto globale è più instabile, più frammentato, e questo inevitabilmente cambia anche il modo in cui guardo al mio lavoro, soprattutto dal punto di vista divulgativo. Se prima c’era una certa fiducia nel fatto che le istituzioni internazionali riuscivano davvero a guidare il cambiamento, oggi c’è maggiore consapevolezza dei loro limiti. Ciò non significa che lo sguardo sia meno ottimista: vuol dire che bisogna lavorare con una diversa sensibilità, con lenti in grado di guardare una realtà difficile e che non può essere interpretata solo attraverso argomentazioni di tipo giuridico o geopolitico. Ecco, in questa fase ho iniziato a studiare materie nuove, dove la comunicazione ricopre un ruolo centrale. Voglio usare un linguaggio più accessibile e con un’angolazione che possa non solo presentare il problema, ma sottolineare le soluzioni.

Quali sono queste materie?
Oltre alla comunicazione, mi piacerebbe approfondire la modellistica climatica. Molto del mio lavoro si basa sul database dell’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, ndr) riformulato attraverso grafici che, accompagnati da strumenti di intelligenza artificiale, rendono leggibili i dati raccolti dai satelliti. Ecco, mi piacerebbe trasformarli e utilizzarli come base scientifica per gli studi e le pubblicazioni che adesso faccio in modo autonomo.

Sempre a proposito di utilità del diritto internazionale, quale pensa che sarà il futuro delle conferenze sul clima (Cop)? Siamo giunti a una loro fine dopo le ultime inesorabili “sconfitte”?Le conferenze sul clima stanno vivendo una crisi di credibilità, questo è evidente. Le aspettative sono altissime, ma i risultati insufficienti. Non credo però che siamo alla loro fine. Piuttosto, siamo in una fase di trasformazione perché, nonostante tutto, restano uno spazio fondamentale di incontro e negoziazione. Però da sole non bastano più. Probabilmente vedremo emergere formati complementari: coalizioni più ristrette, accordi regionali, iniziative multilaterali che coinvolgono anche il settore privato, la società civile, chi ha risorse economiche e tecnologiche. Non basta dire”riformiamo un articolo dell’Accordo di Parigi“: bisogna mostrare che cosa succede concretamente se non si interviene. Se dimostro a un imprenditore che perderà milioni di euro per eventi climatici estremi, cambierà la sua percezione. Se mostro scenari e soluzioni, cambia la narrazione. Quindi le Poliziotto diventano spazi non solo per negoziare parole, ma per ascoltare, condividere best practice, coinvolgere chi può agire davvero. Il diritto si trasforma nella cornice, definisce il perimetro, ma non è più l’attore principale. Dentro quella cornice devono esserci tutti gli attori necessari perché resti in piedi.

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