Indagine sulla morte – La Stampa

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Vieni in uno di quei fantastici noir che cominci e non molli più. Con tutte le cose al loro posto: quelle classiche, intendiamo, di una inchiesta – un’indagine – fatta davvero per bene. Se non fosse – stavolta – per l’oggetto dell’inchiesta, che qui definiamo nel modo più comune possibile: la morte. Naturalmente, vien da chiedersi: cosa c’è da indagare sulla morte? Ma la domanda potrebbe essere capovolta: cosa sappiamo davvero della morte?

Qualcosa di noi resterà – l’ultimo libro di Antonio Polito, scrittore e commentatore di punta del Corriere della sera – ha questo passo qui. Documenti, testimonianze, flashback, misteri irrisolti in un complesso labirinto di tesi e controtesi. L’obiettivo dichiarato dell’inchiesta è perfettamente riassunto, in avvio, dallo stesso autore: «Proverò a ricostruire ciò che ho capito delle quattro grandi fasi di quel processo che consiste nella perdita della vita: l’attimo in cui avviene, il distacco dell’addio, ciò che c’è dopo, la speranza di immortalità che suscita in noi».

Il riferimento ai grandi noir, naturalmente, in questo caso serve solo a dare l’idea di un ritmo narrativo e di una qualità di scrittura. Per il resto, infatti, Qualcosa di noi resterà ha richiesto uno studio e un lavoro di ricerca molto impegnativo, seguito da una sorprendente varietà di citazioni e di rimandi storici. Un lavoro, dunque, che certamente rimanda più ad un saggio – di invidiabile profondità – che ad un romanzo giallo: ma per comodità, continueremo la narrazione sulla traccia avviata.

Negli Stati uniti un cittadino su quattro ritiene “sicuramente o probabilmente vera” la possibilità, dopo la morte, di reincarnarsi. Quello che c’è dopo la morte, ovviamente, resta (e probabilmente resterà per sempre) del tutto sconosciuto: ma rimanda ad un dedalo di ipotesi veicolate in tutto il mondo da secoli e da qualunque tipo di fede o religione.

Volendo banalizzare il tema, insomma, forse affermare che solleva da sempre grandissimo e spesso inconfessato interesse: assieme ad un’angoscia profonda, quando il pensiero corre inevitabilmente alla propria morte, a quella di ognuno di noi.

Il post-mortem, però, è un territorio ancora assolutamente oscuro: e Antonio Polito riflette e indaga, allora, soprattutto su quel che è certo e su quanto è solo attendibilmente ipotizzabile. Il risultato è un’inchiesta, appunto, serratissima e affascinante: perché ad indagare davvero, l’idea della morte si rivela come un divenire che si materializza dentro ognuno di noi progressivamente. E che – questioni filosofiche e religiose a parte – è fatto di scelte e cose concretissime: che nulla hanno a che vedere con l’aldilà.

Il taccuino dell’autore-investigatore è zeppo di appunti: utili, ma comunque ancora insufficienti per raggiungere la verità. Interviste ad alcuni “sopravvissuti”, tornati tra noi dopo un coma profondo (da Pierluigi Bersani a Vittorio Emanuele Parsi) che raccontano il loro aldilà e le sensazioni provate; uomini e donne sottoposti a trapianto di cuore che avvertono la presenza di “un altro” al proprio interno; testamenti usati come clave per punire post mortem questo o quel familiare; la scelta (e le sue conseguenze postume) tra sepoltura e cremazione; e poi, naturalmente, sogni inspiegabilmente premonitori, medium, veggenti e la prudenza – la grande prudenza – degli uomini di scienza.

Sullo sfondo, perennemente, interrogativi metafisici, o più semplicemente religiosi e filosofici. L’anima esiste davvero e sopravvive al corpo ed alla sua morte? E la coscienza è anima o qualcos’altro? Questioni difficilmente indagabili con i soli strumenti della razionalità: eppure oggi anche la fisica quantistica – spiega Polito – è al lavoro per tentare di fornire una verità.

In un racconto condensato di cose certe e di altre solo possibili – e nel mezzo dell’implacabile battaglia tra terrore e speranza – l’autore non si nasconde, mentre indaga, il proprio punto di vista: laico, contraddittorio e “terreno”, per quanto possibile su un tema così.

«Lo confesso: ho paura della morte. Anzi, per la precisione ne ho orrore», ammette in avvio. L’inchiesta trasuda un evidente scetticismo intorno a possibili resurrezioni o supposte reincarnazioni: eppure, in conclusione, una pista d’indagine resta aperta: «Ho scritto questo libro per dimostrare che qualcosa resterà di noi. Che non finiremo con l’essere solo polvere. E ci credo».

Una affermazione impegnativa, certo. Ma da dove nasce tale sicurezza? Alla fine di un’inchiesta serrata, di riflessioni profonde e di indagini accurate ma certo non risolutive, cos’è allora – secondo l’autore – che garantirebbe che “qualcosa resterà di noi”? L’approdo – evidentemente temporaneo, in attesa di capirne di più – è sereno, rassicurante e probabilmente coincidente con le convinzioni di una moltitudine di noi.

«È solo l’amore per gli altri che può conquistarci l’amore degli altri, nel cui ricordo sopravvivere; oppure, per chi crede, meritarci l’amore del nostro Dio… affinché ci accolga con lui nella vita eterna. Solo l’amore regala alla fine l’immortalità».

L’amore, dunque, come antidoto alla morte perenne. Per ora, ci si accontenti di questo. Non è molto, ma non è maschio. Amare per sopravvivere nel ricordo degli altri: in fondo, la più rassicurante eterogenesi dei fini.

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