A proporle è il Forum for Real Economic Emancipation (Free), di cui lei è presidente e fondatrice. Una rete internazionale che collega ricerca, divulgazione e iniziative locali per rendere l’economia più comprensibile e partecipata. Come funziona?
Le alternative si tramite creano la prassi, non tramite idee astratte. Quello che cerco di fare, anche attraverso il Forum, è mostrare nella pratica come, tramite assemblee cittadine e spazi di economia sociale, si possono basare i rapporti economici su principi differenti. È difficile, è faticoso. Ma, se non ci proviamo, abbiamo ceduto il concetto di umanità.
Potete citare alcune di queste alternative?
Io vivo a Tulsa, in Oklahoma, dove il livello di precarietà e marginalità è altissimo. Lì abbiamo creato un’assemblea di cui fanno parte anche persone in grande difficoltà; alcuni non hanno nemmeno una casa. Siamo un’ottantina. Ci incontriamo ogni due settimane e creiamo spazi di dibattito pubblico critico sull’economia che stanno attirando anche i media locali. Abbiamo avviato una campagna sul bilancio partecipativo, coinvolgendo anche il sindaco: è una pratica che permette ai cittadini di decidere insieme come usare le risorse provenienti dalle loro tasse. Nell’assemblea abbiamo diversi “cerchi”. Uno di essi si occupa della coltivazione diretta di terreni per cercare di ristabilire una sovranità alimentare; un tema molto reale in Oklahoma, dove un bambino su quattro soffre la fame. Questi esperimenti servono anche a far capire che l’economia sono le persone: se si esce dal ruolo di consumatore passivo e si costruiscono rapporti diversi, si possono immaginare e costruire le alternative.
Anche in Italia ne abbiamo bisogno?
Certo, in Italia c’è tantissimo da fare perché è un laboratorio di processi di estrazione. Per esempio, molte terre che erano state ridate all’agricoltura sono state vendute a grandi asset manager internazionali – un vero e proprio land grabbing – e questo spesso avviene anche con il pretesto delle energie rinnovabili, con impianti che finiscono per concentrare la proprietà e devastare territori. Sta scomparendo la sovranità alimentare locale, perché i contadini sono schiacciati dai debiti e dai cambiamenti climatici. Poi ci sono i temi dell’istruzione pubblica, della mancanza di investimenti nel sociale. Conosco la realtà dell’ex Gkn (la fabbrica di componenti automobilistiche ora chiusa di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, ndr) dove si è tentato di costruire una fabbrica partecipata e orientata a una produzione sostenibile. Sui beni comuni c’è stata una mobilitazione importante, con il referendum sull’acqua. Ci sono tante battaglie, ma sono frammentate. Le persone vogliono meno precarietà e più risorse per la sanità e per la scuola, ma queste istanze si muovono solo se c’è pressione organizzata dal basso. Il problema è proprio l’organizzazione. Lo vedo anche a Tulsa: strutturare un’assemblea, definire ruoli e processi, mantenere continuità è molto complicato. Un insieme di persone non basta a essere un’istituzione: il punto è riuscire ad ancorare queste istanze a istituzioni che possano durare nel tempo.
Intervista pubblicata nel numero 117 del magazine di Wired Italia dal titolo L’Italia che verrà, l’ultimo numero dedicato ai leader italiani del futuro
