Tim rompe con Inwit: disdetto il contratto sulle torri. È scontro sull’infrastruttura 5G italiana

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Il consiglio di amministrazione di Tim ha deciso: il Master Service Agreement (Msa) con Inwit, la tower company che gestisce circa 26mila torri in Italia, sarà annullato. La delibera, approvata domenica mattina sotto la presidenza di Alberta Figari, avrà efficacia alla scadenza contrattuale di agosto 2030 e richiama la clausola sul cambio di controllo del 2022, quando Tim cedette le quote in Inwit ad Ardian. La mossa arriva a quattro giorni dall’annuncio di Fastweb+Vodafone, che il 25 marzo ha inviato il preavviso di risoluzione anticipata del suo accordo, e segna l’apertura di un conflitto industriale e legale senza precedenti nel settore delle telecomunicazioni italiane.

Tim ha precisato nel comunicato che, «nell’ipotesi in cui venisse accertato – in sede giudiziale ovvero per accordo tra le parti – che il cambio di controllo intervenuto nel dicembre 2020 abbia determinato l’applicabilità della relativa clausola contrattuale», la disdetta dovrà intendersi già efficace rispetto «al termine originario del 31 marzo 2028». Una formulazione prudente, che tiene aperte due finestre temporali e lascia ai giudici o alla negoziazione la parola definitiva.

La posta in gioco è alta. Inwit trae circa l’80% dei ricavi dai contratti con Tim e Fastweb+Vodafone: la disdetta simultanea dei due principali clienti colpisce al cuore il modello di business della tower company. È una prospettiva che i mercati hanno già cominciato a scontare, tanto che Inwit – che è arrivata a cedere circa il 22% in borsa in intraday nei giorni scorsi – ha presentato un esposto in Consob chiedendo di verificare se le dichiarazioni pubbliche dei clienti hanno provocato movimenti anomali sul titolo.

Al centro della contesa c’è un nodo giuridico irrisolto. Inwit sostiene che i contratti siano vincolanti fino al 2038, in virtù di una struttura di otto anni più otto. Swisscom, azionista di controllo di Fastweb+Vodafone, legge i termini in modo opposto: scadenza nel 2028, con due anni di preavviso, in scadenza appunto a marzo 2026. La divergenza non è accademica, perché da essa dipendono miliardi di euro di ricavi futuri e l’intera architettura competitiva del mercato delle torri.

La reazione di Inwit è stata rapida e articolata. Venerdì, in una conference call straordinaria con gli analisti, il direttore generale Diego Galli ha difeso la posizione della società sostenendo che «circa il 75% della rete non è replicabile», per unicità di posizione o vincoli tecnici. Sui canoni, Galli ha assicurato che i prezzi praticati sono in linea con la media europea e che, nel caso in cui Fastweb+Vodafone lasciasse una torre, l’altro inquilino – Tim – «continuerà a godere delle stesse condizioni senza subire rincari». Parole che miravano a rassicurare il mercato sulla tenuta dei contratti residui, ma che oggi, con la disdetta di Tim, perdono parte della loro forza.

Sul piano legale, Inwit ha depositato un ricorso d’urgenza presso il Tribunale di Milano per invalidare gli effetti della disdetta di Vodafone, portando la contesa nelle aule giudiziarie. A inasprire ulteriormente i toni è intervenuta Daphne 3, il veicolo attraverso cui il fondo Ardian ferma circa il trentadue per cento di Inwit. In una lettera indirizzata a Tim, Ardian ha ricordato che il Master Service Agreement rappresentava «un pilastro fondamentale» delle operazioni con cui aveva acquisito la propria quota, operazioni che avevano generato per Tim «proventi complessivi di 2,9 miliardi di euro». Per Inwit e per il suo principale azionista, qualsiasi rescissione anticipata «costituirebbe una grave violazione dei contratti».

Tim, da parte sua, inquadra la decisione come un passaggio coerente con «il percorso di otTimizzazione della struttura dei costi infrastrutturali avviato dalla Società» e la descrive come una delle «opzionalità operative e industriali ordinarie» nella gestione del proprio perimetro infrastrutturale. La società ha annunciato che avvierà trattative con Inwit per concordare «un piano di migrazione pluriennale che assicuri la continuità operativa dopo la scadenza del contratto», e si è detta disponibile a «valutare una revisione complessiva delle condizioni economiche e di servizio dell’accordo nell’interesse di tutti gli stakeholder».

Il contesto strategico, però, racconta una storia più ambiziosa della semplice otmizzazione dei costi. Tim e Fastweb+Vodafone hanno già annunciato la creazione di una joint venture per la costruzione di seimila nuove torri, un progetto che, se realizzato, ridurrebbe drasticamente la dipendenza di entrambe dalla rete di Inwit e le trasformerebbe da clienti in concorrenti diretti. Per Inwit la sfida è esistenziale: perdere i due clienti che generano quattro quinti del fatturato e vederseli ricomparire davanti come rivali infrastrutturali è lo scenario peggiore che un’azienda di torri possa immaginare.

La partita si giocherà nei prossimi mesi su un doppio tavolo. Da un lato le trattative commerciali per ridefinire condizioni economiche che Tim e Fastweb+Vodafone giudicano ormai fuori mercato. Dall’altro le aule del Tribunale di Milano, dove si deciderà chi ha ragione sull’interpretazione delle clausole contrattuali. L’esito avrà ripercussioni profonde non solo sui bilanci delle società coinvolte, ma sull’architettura stessa delle reti mobili del Paese e sugli investimenti infrastrutturali strategici che l’Italia si è impegnata a realizzare.

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