Il 28 marzo alle 15.30 sarò a Milano, in corso di Porta Romana, davanti alla casa in cui i miei nonni Dario e Franca hanno vissuto per tanti anni, la casa in cui i loro amici suonavano alla famiglia De Amicis per farsi aprire. Sarò sotto quelle finestre. Davanti al grande cancello che – la sera dei 90 anni di mio nonno – ci ha diviso da un gruppo di teppistelli che ci insultavano in preda a un rigurgito fascista.
Il 28 marzo sarò lì a rappresentare la mia famiglia e la nostra Fondazione mentre il Comune di Milano appone una targa commemorativa sulla facciata del palazzo. Probabilmente mi scenderà una lacrima, così come quando me lo hanno comunicato al telefono: ho fatto fatica a rispondere senza malinconia a quel funzionario del Cerimoniale del Comune, che probabilmente ha pensato fossi raffreddata o magari un po’ distratta.


Il mondo festeggia nel 2026 il centenario della nascita di Dario Fotra le altre cose Premio Nobel per la Letteraturae in coppia con Franca l’autore italiano più tradotto e messo in scena al mondo, che in questa città ha vissuto, lavorato, creato. Un uomo che ha portato il nome di Milano sui palcoscenici del mondo, che ha inventato un linguaggio studiato nelle università di ogni continente. Un uomo e una donna – perché non possiamo proprio più scordarci di Franca – che hanno scelto di rimanere in questa città anche quando il momento si è fatto più duro. Che in questa città hanno pagato sulla propria persona e ad alto prezzo il proprio impegno sociale e politico.
La risposta ufficiale della città, come istituzione, è una targa. Il patrocinio — generosamente apposto su ogni iniziativa promossa dalle mille realtà che colorano le sue piazze — e una targa.
Comprendendo che le amministrazioni hanno esigenze di ben altro tipo, ci mancherebbe. Non cerco uno scontro, non rientra nei miei valori né in quelli della Fondazione usare un anniversario per accendere una battaglia. Ma sento l’urgenza, proprio in ragione del ruolo che ricopro e del nome che porto, di dire con chiarezza che questo non basta. Che Milano, come istituzione, doveva e poteva fare di più. Questa possibilità è una parentesi che dura un anno, a volerlo ci sarebbe ancora tempo.
Nel frattempo questa possibilità in molti hanno deciso di coglierla, spontaneamente e con gioia.
La storia vera di come i milanesi celebrino questo centenario si legge nelle sale della Camera del Lavoro, dove proprio il 28 marzo, dopo la cerimonia della targa, una comunità si ritrova per scelta civile, non per mandato istituzionale.
Si legge nel programma del convegno che abbiamo organizzato a ottobre, dove le università Statale, Cattolica, Iulm, e anche la Scuola Civica Paolo Grassi — che al centenario partecipa con un percorso didattico — portano Fo tra gli studenti, là dove il teatro nasce prima ancora di avere un palco.
Si legge nel lavoro di Maurizio Accattato, alias Moriss, e dei suoi Pic del Pronto Intervento Clown che hanno dedicato il loro teatro (l’unico a Milano) a Dario e Franca: un gesto concreto, non formale, il teatro più piccolo del mondo, un metro quadro trasportabile e leggerissimo, un teatro “di strada”, una presa di posizione che partì proprio dai “Giardini Franca Rame” posto tra le vie Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Roberto Tremelloni.
Si legge con il Cetec grazie a Donatella Massimilla, che con l’attrice Gilberta Crispino porta da oltre trent’anni il teatro nei luoghi del disagio, primo fra tutti il carcere. Con il Teatro Carcano, che ha già portato in scena Morte accidentale di un anarchico con Lodo Guenzi e dove il 12 ottobre mio padre Jacopo reciterà Com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo. Con il Piccolo Teatro che, nonostante tutto, ha in programma una serata speciale per il 30 marzo.
Ah no, scusate, mi sono dimenticata: a Milano c’è la Palazzina Liberty intestata a Dario Fo e Franca Rame.
Ma dove sono Dario Fo e Franca Rame? Mio padre ha proposto più volte al Comune di costruire qualcosa insieme, di coinvolgere la rete viva delle associazioni milanesi che ogni giorno tengono accesa questa memoria. Ma non ha trovato ascolto. Come non ha trovato ascolto l’idea di trasformare quella casa, dove stiamo per apporre la targa, in una casa d’artista.
Ma, direte voi, su tutti gli eventi promossi dalla cittadinanza campeggia il patrocinio del Comune di Milano. Il logo, il timbro, la benedizione formale. Ma il patrocinio non è un atto culturale: è una firma. Non impegna nulla, non costruisce nulla, non dice nulla di quello che una città pensa davvero di sé stessa e dei propri giganti.
Non chiedo monumenti. Non chiedo che si riscriva la storia o che si recuperi il tempo perduto. Mi chiedo se davvero la città sappia guardare in faccia la propria eredità e se sappia decidere, consapevolmente, cosa farne.
Dario Fo e Franca Rame non erano personaggi comodi in vita — e non lo sono nemmeno da ricordare, lo so bene. Ma è proprio per questo che ricordarli davvero, con coraggio e con visione, utilizzando la rete straordinaria di realtà che già esistono e lavorano su questo territorio, sarebbe un atto culturale lungimirante e di raro spessore.
A chi mi dice: proponi. A chi mi dice: scrivi. A chi sottolinea: aspettiamo le vostre proposte. Io rispondo: quante volte ci abbiamo provato…
Il Comune sa bene come contattare la nostra Fondazione, abbiamo concordato insieme dati e ora della cerimonia per la targa.
La targa verrà apposta. Io sarò lì. E spero, con sincerità, che sia l’inizio di qualcosa — e non la fine.
* Mattea Fo è presidente della Fondazione Fo Rame
