L’ultimo operaiodi Niccolò Zancan è una sorta di Spoon River della grande fabbrica, o meglio il suo canto triste, solitario e “finale”, come recita appunto il sottotitolo. In una struttura che è molto più vicina a una drammaturgia divisa in quattro atti che a un saggio, le voci delle operaie e degli operai ci arrivano dal fondo di una scena ormai spopalata, quasi dismessa, come assoli, recitativi, duetti cori di una profana rappresentazione, l’oratorio funebre per una classe sociale che non esiste quasi più. Non è soltanto un libro sul tramonto della Fiat, su Mirafiori che si svuota, sull’agonia di un modello industriale che è stato simbolo del boom economico italiano e che oggi fatica a trovare una definizione. È un libro sul modo in cui una civiltà intera scopre di non avere più un linguaggio adeguato per raccontare la propria scomparsa. E, come accade spesso quando il linguaggio comune fallisce, a farsi carico del racconto resta la letteratura, nella sua forma più esposta: quella che non rinuncia ai dati, ma nemmeno si nasconde dietro di essi.
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Il punto di partenza è l’introduzione (che si intitola ironicamente Invece di un’introduzione) intitolato Mamma Fiat. Non è un semplice antefatto autobiografico, ma una dichiarazione di metodo: la grande fabbrica viene raccontata dal piano nobile dell’infanzia, cioè da un tempo in cui le strutture di potere non sono ancora visibili come tali, ma vengono interiorizzate sotto forma di protezione, di ordine, di destino. Il narratore all’età di cinque anni in viaggio con suo papà a bordo di una Fiat 131 blu che all’improvviso resta in panne sul Verdemare, le file di auto identiche con il cofano aperto come una ferita incredula, non valgono solo come immagine storica di un’Italia in movimento, bensì come metafora originaria di un patto: la promessa di benessere in cambio di una fedeltà totale, produttiva, esistenziale.
«Noi viviamo in un’epoca», sostiene lo storico Alessandro Barbero in un discorso del 2019 riportato da Zancan nella prefazione, «in cui la lotta di classe è finita, perché c’è stata e l’hanno vinta i ricchi». Le grandi battaglie per un lavoro più giusto, per profitti più equi, per la redistribuzione del capitale, per la sicurezza; lo spirito di solidarietà, l’orgoglio di categoria per il fatto di essere la forza produttiva del Paese hanno lasciato oggi un vuoto difficile da colmare fatto di rassegnazione, incertezza, mortificazione del lavoro, nuove e crescenti forme di povertà e di sfruttamento. Le grandi fabbriche, che erano state anche opifici di ragionamenti sulla politica e sui diritti, luoghi di scambio e di confronto, sono oggi posti spettrali dove l’incubo degli stipendi decurtati si alterna a quello del licenziamento. Gli operai in cassa integrazione sono il simbolo di un’intera società che ha smesso di pensare nel tempo lungo.


«Nel 1972 una Fiat nuova fiammante costava 920 mila lire e un operaio generico guadagnava 123 mila lire al mese», spiega una delle voci evocate da Zancan. «Il che significa, se ci fai caso, che bastavano sette mensilità per comprare quell’auto. Nel 2025 una Fiat 600 modello base costa 17 mila euro e un operaio generico guadagna 1.350 euro al mese. Quindi non basta un anno intero di lavoro per comprarla, servono tredici mensilità. Hai capito che bella differenza, giornalista? Costa tutto il doppio. È così che la nostra vita si è dimezzata». Vite dimezzate, quelle degli operai, stritolate dai turni sempre più pesanti, dal ricatto di un lavoro che scarseggia perché si spostò all’estero, dove costa di menoo affidato ad altri operai disposti a farsi pagare di meno. Vite fuori dal tempo, in un mondo in cui la produzione sembra sempre più immateriale, in cui i robot, le intelligenze artificiali, gli algoritmi sembrano aver inaugurato un tempo senza fatica e invece ci traghettano in un sistema di diverso e più nascosto sfruttamento. «Come quella di tutti, anche la nostra è una storia di padri e di figli. Solo che noi siamo i figli finiti peggio dei loro padri. Mi chiedo: quando è successo? Qual è stato il momento preciso? C’eravamo così dentro, che alla fine non lo so dire». Quando è successo, e come? Il racconto ripercorre anche le tappe di una trasformazione che ha qualcosa di luttuoso, un percorso in caduta libera a cui ciascuna delle voci (Gigi, Salvo, Leo, Pasquale, Anna…) aggiunge una tessera, un frammento, un ricordo, un sorriso, una lacrima, una maledizione.
Le voci degli operai che si raccontano ci mostrano un mondo al crepuscolo. Quando ricordano ad esempio la cittadella di Mirafiori: «Venti chilometri di ferrovie. Trenta chilometri di sotterranei. Era la fabbrica più grande d’Europa», non parlano solo di una fabbrica che chiude. A morire è l’idea stessa che il lavoro possa essere un racconto condiviso, una narrazione collettiva capace di tenere insieme generazioni, conflitti, aspettative.
E il loro canto è anche l’epicedio di una politica che un tempo era in ascolto del mondo del lavoro e provava a dare delle risposte a dei bisogni. Un tempo in cui il lavoro era un diritto e non un privilegio, o una condanna.
