Prima dei 10 anni. E prima che sia troppo tardi. Gli stereotipi non nascono all’improvviso. E non aspettano l’adolescenza. Nascono molto prima. Nei giochi. Nei colori di grembiuli e zaini. Nei libri illustrati. Nei cartoni animati. Nelle frasi che adulti – genitori e insegnanti – ripetono senza accorgersene. È tra casa e scuola che si sedimentano le prime idee su cosa significa essere maschi o femmine. Idee destinate a durare una vita.
Per la prima volta, in Italia si prova a intervenire fin dall’inizio. La Fondazione Giulia Cecchettin e l’Università di Firenze hanno ideato il primo corso nazionale gratuito per insegnanti di infanzia e primaria per imparare a riconoscere e smontare gli stereotipi di genere. Sessanta ore di formazione online, tra maggio e ottobre 2026. «Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia» è un progetto pilota che quest’anno coinvolgerà Toscana, Veneto e Puglia: sarà inaugurato il 21 marzo. Al centro c’è un’idea semplice ma, da noi, non comune: parlare di parità, relazioni e affettività quando i bambini hanno tre, cinque, sette, dieci anni. Pedagogia di genere, educazione all’affettività e alla sessualità e prevenzione della violenza entrano così per la prima volta in modo sistematico nella formazione dei docenti dei più piccoli.
Il bisogno è evidente: l’Italia è tra i soli sette Paesi europei in cui l’educazione sessuo-affettiva non è obbligatoria a scuola. «Se la violenza è un prodotto culturale, è nella cultura – e quindi anche nella scuola – che bisogna intervenire», spiega la pedagogista Irene Biemmi, responsabile scientifica del corso.
IL DIBATTITO
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Educare all’uguaglianza prima dei dieci anni
Il corso riunione le voci più autorevoli degli studi di genere in Italia. La sociologa Barbara Poggio guiderà le prime lezioni sul significato della parola “genere”, la psicologa sociale Chiara Volpato analizzerà come stereotipi e pregiudizi diventano discriminazione. La pedagogista Barbara Mapelli parlerà dell’invisibilità delle donne. E poi lo psicoterapeuta Alberto Pellai si occuperà di educazione all’affettività e alle relazioni, Giuseppe Burgio della costruzione culturale della maschilità e Patrizia Romito delle radici della violenza di genere. Parteciperanno anche Giulia Selmi, Stefania Cavagnoli, Lorenzo Gasparrini e Stefano Ciccone. Formazione non solista: saranno analizzati i bisogni dei docenti e nel 2028 sarà restituito un rapporto «per orientare le politiche educative».
Un film, uno spot e un murale nel nome di Giulia
Dal dolore alla memoria pubblica. Non per riaprire una ferita, ma per costringere l’Italia a guardarla fino in fondo: la storia di Giulia Cecchettin diventerà un film. Se domani non torneròdiretto da Paola Randi, arriverà il 5 novembre, a tre anni dal femminicidio che ha scosso l’Italia. Filippo Timi interpreterà il padre, Sabrina Martina sarà Giulia e Tecla Bossi la sorella Elena. Non un film di cronaca: l’obiettivo è di parlare soprattutto ai più giovani e raccontare l’impatto umano e culturale.
In questi giorni è uscito uno spot della Fondazione Cecchettin, «Se non cambieremo, cambieranno solo i nomi delle vittime»: una tavolata tra amici, battute e risate. E poi gelosia e controllo. Piccoli segnali di una violenza che nasce nella normalità. Il presidente Gino Cecchettin sottolinea: «La violenza cresce nelle giustificazioni quotidiane. Interrompiamo questo meccanismo, scegliamo rispetto e responsabilità». La regia è di Simone Godano mentre lo spot radio lo ha registrato Francesco Pannofino.
Ieri, 8 marzo, a Milano lo street artist Tvboy ha dedicato a Giulia un murale: lei che disegna un cuore. Sopra la scritta Amore = Rispetto. «Un messaggio potente sull’amore sano, quello che Giulia meritava e che tutti imparare a riconoscere: un amore che non possiede, non annulla, non fa male, ma accompagna e rende liberi», ha commentato Gino Cecchettin. L’artista realizzerà un’opera unica su tela: sarà messa in vendita sul sito della Galleria Deodato. Il ricavato sarà devoluto alla Fondazione Giulia Cecchettin.
