Sfida il peso delle aspettative globali, bilancia innovazione e tradizione, e deve catturare l’essenza di un intero pianeta in poche ore di spettacolo. Cosa fa e cosa prova davvero il direttore creativo delle cerimonie olimpiche? La diciassettesima puntata di Grande Giove lo chiede direttamente a chi ne ha direttamente una serie, compresa quella di Milano Cortina 2026: Marco Balich.
Veneziano di nascita ma milanese d’adozione, lui è l’uomo che ha trasformato eventi sportivi in narrazioni epiche, passando dal mondo degli eventi aziendali a quello delle grandi arene internazionali, fino a conquistare premi come l’Premio Emmy nel 2006. “Ho partecipazione con ruoli importanti a 16 cerimonie olimpiche e paralimpiche“racconta Balich, regalando frammenti dei ricordi che ha conservato per ogni sua singola esperienza sul campo.
Ogni edizione è stata diversa, ogni location una sfida unica, ma in tutti i suoi aneddoti risuona chiaramente un concetto trasversale e permanente: la cerimonia olimpica non è solo uno show, è un ponte tra cultura. Un momento irripetibile in cui sembra che il mondo intero stia guardando nella stessa direzione. “Con tutte le complessità e le contraddizioni che porta con sé, la cerimonia olimpica resta l’unica occasione di aggregazione alla pari, dove tutti si ritrovano, poveri e ricchi, comunisti e fascisti. È un momento meravigliosamente aggregante”, spiega con convinzione.
Emozioni umane al centro, tecnologia come alleata
Una delle costanti nel racconto di Balich è infatti l’enfasi sul messaggio universale. “La cerimonia olimpica deve narrare temi condivisi che emozionano tutti. Non si può essere egoisti, ei temi scelti devono essere raccontati in un modo estremamente wow” spiega. Non si tratta di stupire con effetti speciali – anche se la tecnologia gioca un ruolo, come nei bracieri sincronizzati o nelle proiezioni immersive – ma di generare sensazioni autentiche. “Nella mente delle persone restano cose che non hanno mai a che fare con la tecnologia, ma con l’emozione che viene data. La tecnologia è fondamentale, ma solo se messa al servizio dei valori umani”, precisa Balich.Perché una cerimonia olimpica funziona solo se riesce a far sentire miliardi di persone parte della stessa storia, anche da angoli opposti del pianeta.
Balich difende un approccio”analogico” in un’era digitale: privilegia la presenza fisica, le coreografie imponenti ei simboli che evocano orgoglio nazionale senza cadere nel nazionalismo. volontaripresente”anche nei paesi più diffidenti” precisa, definendolo”una bella iniezione di fiducia nell’umanità”. Parla delle nuove generazioni, che consumano contenuti in modo frammentato sui social, e di come le cerimonie devonono adattarsi per rimanere rilevanti, sottolineando il ruolo di arte, musica e narrazione nel superare le barriere linguistiche e culturali. Pensando al cambiamento tecnologico, ride: “Un tempo avevamo tutti i Tuttocittà per riuscire ad arrivare dove servivaMa quando si parla di intelligenza artificiale, la sua posizione è chiara: “L’ai accelera ricerche sull’esistente, la creatività è basata su qualcosa che non c’è ancora. È solo un acceleratore, la capacità di mettere assieme punti diversi e immaginare qualcosa è solo umano”.
