Perché scegliere intenzionalmente la fatica? E cosa resta di un’esperienza atletica al limite quando un corpo viene tradotto in dati? Domande al centro delle riflessioni di Michael Crawleyantropologo che da anni studia il significato culturale e sociale degli sport di resistenzaovvero disciplina che richiede uno sforzo fisico prolungato nel tempo. In occasione della Biennale Tecnologiaa Torino, lo abbiamo incontrato per parlare di sport, fatica, tecnologia e dei nuovi confini tra performance e umanità.
Nel suo ultimo lavoro, Fino al limite (aggiungi editore), Michael Crawley attraversa le tante sfumature di significato che le persone attribuiscono agli sport di endurance toccando anche aree di interesse apparentemente poco attinenti come la spiritualità, l’etica e la ricerca della dati sulle prestazioni guidati. Siamo partiti da qui, per fargli questa intervista.
Il panel che l’ha visto protagonista a Torino si intitolava Ai confini della fatica: lo sport tra corpi e tecnologia. Nei suoi lavori racconta la fatica come qualcosa che va oltre la dimensione fisica. Che cosa cerca chi sceglie la “sofferenza” degli sport di endurance?
Molte delle persone con cui ho parlato, corso e pedalato in questi anni cercavano un’occasione per uscire dalla quotidianità. Per alcuni, la vita era stressante e opprimente, e fare qualcosa come correre cento miglia dava loro un senso di controllo. Per altri, la vita moderna era diventata troppo comoda e cercavano una piccola avventura per spezzare la routine. Mi piace pensare a tutto questo in termini di rituale, perché molte persone trovavano nel completamento di queste sfide una nuova prospettiva sulla loro vita.
Gli sport di endurance sembrano promettere un ritorno all’essenziale: il corpo, il limite, l’esperienza pura. Ma quanto questa idea è reale e quanto è una narrazione che costruiamo noi intorno alla fatica?
Credo che abbiamo imparato a considerare la sofferenza necessaria per completare sfide di resistenza come una sorta di virtù, sia perché la persona sacrifica qualcosa e sperimenta dolore, sia perché ritorna a qualcosa di più essenziale. Questo culto della fatica, però, è relativamente recente: negli anni Settanta correre senza un motivo preciso era considerato qualcosa di insolito, persino pericoloso. È interessante osservare come la nostra società attribuisca un valore ad alcune forme di sforzo fisico estremo e non ad altre. Per la tribù dei Rarámuri in Messico, correre per lunghe distanze, ballare e bere tutta la notte erano attività dello stesso tipo, entrambe viste favorevolmente da Dio. Noi tendiamo invece ad associare la prima alla virtù e le seconde al vizio.
Nel suo ultimo libro Fino al limite parla della fatica come di una dimensione quasi spirituale a cui tenere. Le chiedo allora se lo sport di resistenza possa diventare (o forse è già) una forma di ricerca di senso.
Penso di sì. Molte persone cercano nelle sfide di resistenza un modo per acquisire una prospettiva nuova sulla propria vita e per renderla più significativa. In Europa questo significato è spesso molto individualistico, ed è per questo che nel libro confronta questo approccio con esempi come quello dei Rarámuri, per i quali la corsa è una forma di preghiera collettiva, pensata per unire la comunità e favorire la pioggia e un buon raccolto.
