Cobolli, Paolini e la ricerca dei padri

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Non c’è bisogno di chiederglielo: Cobolli parla sempre del padre. Quasi mai per ringraziarlo o elogiarlo: no, lui è il suo punching ball emotivo e verbale, sul quale scaricare tensioni e incertezze. Funziona così, quando un rapporto conflittuale si rivela assai efficace. Per questo il ragazzo fa collezione di frasi celebri del babbo-coach, preziose quand’è il momento di rinfacciargliele. A Parigi, per capirci, prima della finale del mese scorso, Flavio ha raccontato di quella volta che lo sentì dire a un conoscente: “Mio figlio al massimo sarà un Top 30”. Che di per sé sarebbe comunque stato un notevole miglioramento generazionale, considerando che Stefano Cobolli, classe 1977, spezzino d’origine, è stato un professionista di rango medio, numero 236 del mondo, un tabellone principale centrato a Umago nel 1998, la lucida successiva consapevolezza di una carriera rimasta incompiuta perché vissuta per necessità senza staff organizzato, da solo o quasi, come molti professionisti italiani di allora.

La nostra storia di oggi ha più o meno l’età di Flavio. A inizio degli anni duemila Stefano si allena con Fabrizio Fanucci al Match Ball di Firenze e lì, nel maggio 2002, nasce Flavio. Poi Roma, da maestro: i giovani tennisti del Canottieri Aniene da tirare su, un gran correre da un circolo all’altro, più avanti la Rome Tennis Academy fondata con Stefano Santopadre e Massimiliano Meschini. Il figlio, che va ancora alle elementari, lo scorrazza tutti i giorni la mamma, da un campo da tennis a uno di calcio. Viene il tempo delle giovanili della Roma e dei primi maestri sulla terra rossa, dell’incontro con Vittorio Magnelli (il padre tennistico di Flavio, secondo Santopadre), delle scelte definitive, del Tennis Club Parioli, dei tornei locali talvolta al seguito di Matteo Berrettini, una sorta di fratello maggiore. Stefano racconta nel 2019 a SuperTennis: “Durante le sessioni di allenamento si possono verificare momenti di tensione: a volte sono costretto ad allontanare Flavio dal campo oa lasciare io stesso l’allenamento perché entrano in ballo normali dinamiche familiari non sempre facilmente gestibili. Ma non sono preoccupato, maturerà anche sotto questo aspetto”.

Da allora le cose sono appena un po’ cambiate: non troppo, per fortuna. La svolta del rapporto tra Stefano e Flavio ha una data, un luogo e due tornei: aprile 2021, Antalya, Turchia, coppia di Futures in fila. Nel primo Flavio esce ai quarti senza lottare e al padre quell’atteggiamento non va giù. Gli dice che tornerà in Italia senza aspettare che cominci il secondo torneo, ha altri ragazzi da seguire: se vuoi viverela così resta qui, hai diciotto anni, arrangiati. A mezzanotte, nella hall dell’albergo, è Flavio ad andare da lui: hai fatto bene, papà, sta’ tranquillo, me la cavo. Rimasto solo, vince il torneo. Da lì diventa un altro giocatore, uno che ha la cazzimma, per capirci, che Alex de Minaur può solo provare a costruire con l’aiuto di un mental coach.

Lo si è visto oggi nella Corte numero 1, dove il romano ha imposto la sua legge fatta di accelerazioni e di capacità di gestire al meglio ogni momento difficile. Finisce 7-5 7-6 6-3, confermando che la meravigliosa avventura del Roland Garros non è stata frutto di coincidenze astrali.

Anche Jasmine ha un rapporto non del tutto risolto con i genitori. Metà anni novanta, Bagni di Lucca, Ugo gestisce un bar in paese, Jacqueline Gardiner arriva dalla Polonia per fare la cameriera: si conoscono lì. Da quell’incontro nasce una famiglia che ha dato a Jasmine radici e libertà. “Mi sono sempre stati vicini ma in disparte”, racconta. È lo zio Adriano, fratello di papà, a portarla sui campi in terra del Tennis Club Mirafiume: ha cinque anni, i primi maestri sono Marco Picchi e Ivano Pieri. Più tardi per anni Jasmine riversa lo stesso istinto familiare e filiale su Renzo Furlan, che non è un semplice allenatore: è la figura adulta che la prende con sè quando non è tra le Top 100 e la porta al numero 4 del mondo, alle due finali slam del 2024, all’oro olimpico. Un rapporto quasi da padre e figlia, di fiducia cieca e tanta strada condivisa. Il che rende ancora più delicata la trama dietro l’addio di fine marzo 2025. Perché nel box, accanto a Furlan, adesso compare anche Sara Errani, compagna di doppio e amica di Jasmine: tra il coach e la professionista carica di gloria ma ancora vorace la convivenza diventa presto difficile, due modi di stare in campo che fanno fatica a coesistere, con lei nel mezzo a dover scegliere. La separazione da Furlan, professionale e voluta da lei, maturazione così. Con i genitori che si schierano, pare, con Renzo.

Da allora, per un po’, la panchina diventa girevole: Marc Lopez, Federico Gaio, infine Danilo Pizzorno, che fa parte dell’assetto del team con cui arriva a Wimbledon dopo sei mesi deludenti. Una novità pesa: Errani è dentro a pieno titolo, con un ruolo tattico. Pizzorno lavora su colpi, servizio, risposta, variazioni di ritmo. Sara porta la testa, la lettura della partita. La stessa presenza che un tempo aveva incrinato un equilibrio, oggi ne è il perno. E i frutti si vedono: questo slam ci restituisce la giocatrice vincente di due anni fa, quella delle finali a Parigi e a Londra. La transizione è finita. L’ultimo passo è stato il più doloroso, la rinuncia al doppio con Errani, per avere Sara tutta in panchina e meno ansia da verifica quotidiana sul campo. Le radici in Garfagnana, la squadra ricostruita: così Jasmine è tornata a correre.

Oggi il match con Alexandra Eala è il più difficile dei suoi Championships 2026. Per di più, nel Royal Box c’è Roger Federer, l’idolo di Jasmine: “…ho cercato di non farmi distrarre”, dirà poi. Dall’altra parte della rete c’è la ventunenne mancina di Quezon City, cresciuta alla Rafa Nadal Academy, che sabato ha eliminato la campionessa uscente Iga Swiatek. Il match è una battaglia di due ore e 22 minuti, fatta di turni di servizio sempre in bilico: 19 palle break totali, break e controbreak che si rincorrono. Il primo set lo indirizza felicemente Paolini con il lungolinea a campo vuoto del quarto gioco. Nel secondo, anch’esso di 51 minuti, è Eala a strappare sul 3-4 e poi a tenere il vantaggio. Nel terzo parziale l’azzurra riparte dal servizio, otto punti di fila in battuta, poi ottiene il break dell’ottavo game. Sul 5-3 deve recuperare da 0-30, ma poi chiudere senza concedere nulla: 6-4 4-6 6-3. Mercoledì trova l’ucraina Marta Kostyuk, testa di serie numero 12, mai così avanti sull’erba londinese, che ha liquidato con un doppio 6-4 la qualificata americana Ashlyn Krueger. Jasmine in “formato Eala” è la miglior notizia possibile per il nuovo box a due teste. È anche per noi che le vogliamo bene.

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