Il potere del suono. Intervista a Caterina Barbieri, direttrice della Biennale Musica di Venezia

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Come mai hai scelto la composizione elettroacustica?
Già al liceo sentiva il bisogno di trovare una voce personale. La chitarra classica, con il suo percorso molto legato all’interpretazione del repertorio, a un certo punto mi stava stretta. Volevo fare la mia musica, non solo eseguire quella degli altri: per questo ho scelto la composizione e le tecnologie come strumenti espressivi.

Che cosa pensa dell’intelligenza artificiale applicata alla musica?
Le tecnologie sono sempre un’espressione dell’ingegno umano, ma guardo con cautela a quelle attuali. Ho l’impressione che rischia di eliminare quell’attrito e quella tensione fondamentale per la creatività, sostituendo il dialogo con una sorta di automatismo. Vale anche per le relazioni: senza imprevedibilità e mistero si perde qualcosa di essenziale. L’IA può avere usi interessanti, ma servire un approccio consapevole e critico.

Si muove tra Bologna, Berlino e Venezia. Che significato hanno per lei queste città?
Bologna è l’origine e il comfort: accogliente e inclusiva, anche se il turismo ne ha incrinato parte dell’autenticità. Berlino rappresenta invece l’attrito necessario: più dura, a tratti oscuro, ma vitale e creativamente stimolante grazie a una scena musicale ancora centrale. Venezia sta nel mezzo: internazionale e intima insieme, sospesa e dinamica, con una densità culturale che la rende un luogo di continui piccoli miracoli.

Che effetto fa essere vista come una leader, una guida per il futuro?
Mi sentoorata! Ma penso anche che l’arte non appartenga mai davvero a chi la crea: io mi sento piuttosto un medium. A volte riascolto composizioni scritte quindici anni fa e solo oggi ne comprendo davvero il messaggio. Mi piace questa dimensione profetica dell’arte di sapere indicare percorsi futuri e dare risposte nuove.

Una volta ha detto che la musica elettronica è “progressista”.
Sì, perché ha cercato risposte a una società iper industrializzata e capitalistica. È nata in connessione con le macchine, ma con l’idea che la tecnologia potesse diventare uno strumento creativo e persino liberatorio, non qualcosa che detta le leggi dell’esistenza. La techno, per esempio, nasce nella Detroit industriale degli anni Ottanta proprio con questo intento di liberazione.

Credi ancora che la musica bella sia sempre contemporanea?
Sì, perché parla all’essere umano del presente. Anche ascoltando un brano rinascimentale possiamo sentirci toccati nel profondo, e questo ci fa percepire la relatività del tempo. La musica ha questo potere straordinario: scardinare visioni troppo rigide della storia e farci vivere la fluidità. È una delle cose più straordinarie che possa fare e ricordarercelo anche quando la insegniamo ai ragazzi.

Intervista pubblicata nel numero 117 del magazine di Wired Italia dal titolo L’Italia che verrà, l’ultimo numero dedicato ai leader italiani del futuro

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