
Desistere, con la D. D di destra, così ci capiamo. Questo è l’ordine, anzi il contrordine, anzi l’induzione che l’egemonia culturale meloniana produce, più che prescrivere. Quattro anni e due Biennali dopo, abbiamo un buon numero di elementi per trarre il bilancio non delle cose fatte (poche) e delle rivoluzioni promesse (zero) ma delle atmosfere, del sentiment, venuto a instaurarsi, che più che censorio è autocensorio, è una forza melliflua che sussurra «lascia stare», il desiderio di essere come tutti: inoffensivi. Prima di prendere il Paese e puro dopo, all’incirca fino alla vigilia del referendum, che ha reso la premier Meloni un’atlantista filoflottilla, a destra tutto questo veniva indicato come il pericoloso effetto di fantasiose (perché inventate) dittature: la cancel culture e il wokismo. Il punto sul quale destra e centrodestra trovato sempre piena convergenza è l’opposizione a qualsiasi forma di cancellazione, rimozione, riscrittura in favore di nuove sensibilità: hanno sempre liquidato qualsiasi tentativo di aggiustamento di linguaggio, espressione, rappresentazione e rappresentanza come mezzo di inibizione e livellamento. E adesso? Nel giro di due mesi, il governo ha messo in campo i suoi più validi opinionisti (ma quando lo facciamo un bel ministero dell’Opinione? Sarebbe magnifico, un successo italiano) per dire che nessuno può impedire a un comico sessista di salire sul palco dell’Ariston perché «l’arte non si censuramai e poi mai» e che gli artisti russi non devono mettere piede alla Biennale perché l’arte non si censura ma quella di un regime sanguinario e antidemocratico sì (ma solo se quel regime è sanzionato dall’Unione europea, altrimenti va bene: non potremo mica tenerli tutti a casa, no?). Quindi, agli artisti (certo, non tutti: solo quelli “di regime”) di un Paese che ne ha aggredito un altro, violandone la sovranità e l’indipendenza e commettendo un genocidio noi avremmo dovuto essere tutti d’accordo nel non aprire la porta, mentre ne teniamo una sempre aperta per chi, quel Paese, lo guida. Una posizione di greve qualunquismo (un altro prodotto dell’egemonia culturale meloniana), spacciata per onere diplomatico. Per quanto discutibile, persino problematico che sia, la scelta di Buttafuoco è altamente culturale e, se non fossimo il Paese di Verissimo, avrebbe innescato un dibattito meno sciamannato, ma di certo ha creato quello che questo governo non vuole: un disturbo, una frattura, quindi un varco. Nello smantellare l’amichettismo di sinistra, vero o presunto che fosse, l’induzione alla desistenza era perpetrata ai danni degli avversari, mentre ora è rivolta all’interno. IOl motto del redde rationem di Meloni dopo il 23 marzo è: «Chi sbaglia, paga». Beatrice Venezi viene licenziata dalla Fenice per le stesse ragioni per le quali ne era stata nominata direttrice musicale: l’esuberanza, l’inesperienza e la protervia di ritenersi una rottamatrice. Ha detto troppo a un giornale: è stata inopportuna, questa l’accusa formale. A Buttafuoco, il ministro Giuli, diventato d’un tratto uomo d’establishment, ha indirizzato parole molto simili: «Pietrangelo è l’inconsolabile espressione di un ancien régime isolazionista e borbonico, che non riconosce l’unità d’Italia», ha detto in un’intervista di qualche giorno fa a la Repubblica. Sembrava ieri che quella unità fosse svilita come una specie di globalizzazione. Ma scurdammoce ‘o passato.
Da che l’invito era a essere roboanti, freschi, magari anche un po’ improvvisati, ora l’induzione è all’adesione coatta e uniforme alla linea di partito (che partito coincide con governo è uno dei pilastri della cultura politica di questo governo). Ieri mattina al Quirinale, durante la cerimonia con i candidati ai David di Donatello, Giuli ha detto che non saranno ammessi più errori – «di cui sono il primo a dolermi» – nella elargizione di fondi pubblici per fare un film, riferendosi primariamente al documentario su Giulio Regeni, Tutto il male del mondoche non ha avuto neanche un euro. Mai s’era vista tanta istituzionalità. I film preferiti di questa sera sono La Grazia di Sorrentino e Le città di pianura di Sossai. Due film bellissimi, e in fondo pacifici. Com’è possibile che il cinema italiano non registri nessuna delle turbolenze, tantissime, che scuotono il nostro presente? Accade perché abbiamo deciso che l’arte non è politica o forse perché il cinema dipende moltissimo dal finanziamento statale, e quindi si fa acquiescente se c’è un governo che dimostra di gradire l’acquiescenza? Non è con l’inaccorta Delia che dobbiamo prendercela se ha tolto la parola “partigiano” da Bella Ciaoma dal clima culturale che negli ultimi 4 anni si insuffla in Italia: la prima vera cancel culture instaurata dai detrattori della cancel culture.
